venerdì 25 settembre 2015

What's your name?

E dunque sono arrivata alla fine del famoso viaggio.
Non mi aspettavo molto e non è stato molto, diciamo che il più è venuto dalla periferia dell'esperienza.  La mia autostima ne è uscita bene, nonostante l'evidente barriera linguistica dopo tanti anni in cui non praticavo così intensivamente il mio inglese, ma diciamo che stava bene anche prima.
Ho ascoltato molte cose che sapevo già, ho sentito la teoria di procedure di cui io conosco la pratica (e la evidente differenza tra le due), ho riascoltato tecniche di comunicazione commerciale morte da decenni qui in Italia, ho preparato una presentazione che mi ha portato via l'impegno di una rana stanca e ricevuto eccessivi complimenti ... ma questo è lo stile locale, quindi va bene.
L'azienda certo è incredibile, enorme, con un vero ristorante come mensa, la mega palestra, il supporto psicologico (v. invitante cartello che non ho potuto non fotografare) e tutte quelle cose che ci si aspetta da una multinazionale. Inoltre è integrata nel paesaggio, attenta all'ambiente e tante altre belle cose.

Certamente ho trovato persone apparentemente (e forse pure sinceramente) entusiaste, animate da brillante spirito di quadra e pronte a dichiarare che noi siamo i migliori, abbiamo i prodotti migliori, abbiamo la forza vendita più ganza, e così via.
Se fossi Dylan Dog direi che davanti a tutto questo si è allertato il mio "quinto senso e mezzo".
Mi è stato assegnato un tutor che dovrebbe seguire i miei "progressi" per un anno ... un tutor dopo 15 anni! ... dovrei scrivergli per ogni dubbio, organizzare ore di formazione a distanza, fargli sapere come riesco ad applicare quello che mirabilmente mi hanno insegnato.
Solo che esiste un distacco enorme tra quello che loro si aspettano sarà la mia giornata tipo da quello che in realtà sarà. E non è che sia colpa loro, noi delle lontane colonie (era al contrario ma oramai ;) ...) siamo esseri indisciplinati e menzonieri, così dipendenti dal santo dollaro che non abbiamo il coraggio di dire che noi lo si fa diverso. Ma anche questo è falso, la linea di contatto - ossia il nostro management - sa bene cosa succede ma preferisce fingere che sia tutto sotto controllo. È tutto sommato ha funzionato fino ad ora, i numeri più o meno tornavano e l'Amerika se ne stava buona è sufficientemente lontana. Ma ora la mia impressione è che il padrone stia stringendo la cinghia e a noi, cane infedele, non resterà che capitolare o mentire. E noi siamo drammaticamente bravi a mentire. E abbiamo oltretutto delle ottime ragioni per farlo, ma chi può pensare di applicare con successo le regole di "ingaggio commerciale" americane ai vecchi e sgamati clienti italiani? Mettiti pure lo specchietto di fianco al telefono e imponiti di sorridere tutto il tempo, prova a catturare la fiducia del cliente parlando del più e del meno, poni domande aperte ma con circospezione che non bisogna svelare la nostra interessata curiosità, chiudiamo la telefonata fissando con chiarezza le nostre azioni future ... e che ci vuole? Ah, ingenui.

Mi permetto di fare un paragone sciocco.
La scorsa settimana mi è capitato un paio di volte di ordinare del cibo da asporto ed in entrambi i casi mi è stato chiesto il nome di battesimo, con il quale mi hanno poi chiamato per consegnarmi il pacchetto una volta pronto. Vi è mai successo in Italia? A me francamente no, è vero che non ho una gran vita sociale ma mangio :) Qui sui biglietti ci sono numeri, codici ma niente di così personale come un cameriere che urla il tuo nome davanti a decine di altri avventori in attesa. Perché c'è la privacy, perché alla cassa mi puoi chiedere soldi ma i dati anagrafici già mi turbano un po' ... diciamo la verità, siamo così, sospettosi e allenati a tenere alcune distanze di sicurezza.

Ed è lo stesso qualunque sia il tuo cliente, che tu venda pizza o pratiche assicurative o auto o qualsivoglia oggetto e servizio. La lunghezza della nostra distanza sociale è specifica e sappiamo che per colmarla occorrono spesso delle strategie, come farci presentare da amici comuni. Insomma un bel sorriso e buona volontà non bastano quasi mai, poi ci sono le eccezioni e tutti apprezziamo chi sa lavorare con competenza ... ma quello viene dopo, io parlo del primo impatto.
Ma come raccontarlo questo? Come farlo comprendere a chi vive ben altre realtà? Ci provi e ti dicono che si può sempre provare a cambiare. "Yes, we can".
Ma forse anche no, un conto è eliminare la simpatica abitudine delle mazzette un conto è stravolgere tutto, perché poi in quella distanza ci sta anche tutta la fantasia e la brillante capacità tutta nostrana di trovare soluzioni complesse a problemi complessi.
La nostra quotidianità è fatta di equilibri precari, intuizioni, lampi di genio e pigrizia sfacciata.
Non ci muoviamo mai per compartimenti stagni, impossibile fermarci dal porre l'ennesima domanda, anche sconveniente. Per questo - se riusciamo a vincere la pigrizia di cui sopra - riusciamo ad ottenere originalissimi e pregiatissimi risultati.
Ma questa è un'altra storia.

Insomma questo viaggio mi ha indotto a riflettere su punti deboli e punti di forza della nostra modalità di lavoro. E credo ci sia molto da migliorare ma non quello che hanno cercato di propinarmi. Dovremmo avere maggior coraggio e rivendicare la bontà di talune insubordinazioni, perché riceviamo richieste insensate e sbuffiamo senza reagire.
Io odio sbuffare, eppure lo faccio fin troppo spesso. Certo alla fine reagisco anche, a me mentire o "mediare" proprio non riesce, per buona pace della mia carriera mai veramente decollata.
Questa volta ho proprio capito che ok, sono bravissima a boicottarmi ma cavoli se mi piaccio così!
E questo è un grande risultato.

La seconda lezione importante è che niente - niente - è più importante della mia famiglia e le chiacchierate di primissima mattina con mio marito mi hanno ricordato perché l'abbiamo messa in piedi e perché da 25 anni cerchiamo di colmare le nostre differenze incolmabili.

La terza è che dissento completamente dalla visione del lavoro come eterna competizione e sacrificio di sé. In una delle slide che ci hanno presentato per la sezione "Gestione del tempo" c'era uno schema orario standard per l'organizzazione della giornata in ufficio. Alle 17.30 si leggeva: "Depart? To achive or exceed goals, it will require you to invest additional time".
Diamine, ma non abbiamo imparato niente? Non va bene, affatto.

Il valore della cura, la trasformazione culturale, un nuovo significato per il successo. Fantastico! Penso tutto questo da un sacco di tempo e ora ecco tutto analizzato e scritto.

Dunque urge un piano B, magari anche C ... che di c. ne abbiamo tutti un gran bisogno!
"Yes, we can"


3 commenti:

  1. Guarda Marzia, sono di furia e magari le cose serie te le scrivo dopo (ma sono felice che il viaggio ti sia servito, e non parlo di lavoro), in questo momento l'unica cosa che mi urge mettere nero su bianco riguarda certe differenze e te la sintetizzo così io sono come i gatti: se mi lisciano troppo, mi si drizza il pelo. E non credo di essere la sola da queste parti. La cordialità è una bella cosa, le cortesie interessate non sono cortesie

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  2. ben tornata Marzia... quando leggo i tuoi post mi pento di avere solo la quinta superiore...l'università mi avrebbe insegnato tanto... la mia ignoranza si vede in come mi esprimo... ti ammiro, io penso che sei una grande donna anche sul lavoro... fai sempre valere i tuoi diritti ... anche lo stipendio deve essere adeguato alle tue qualità e al tuo impegno
    un bacio a Ale, quando mi scrivi raccontami come sta andando la nuova scuola e anche di papà Valeria

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  3. Carissima, sono come il bianconiglio in questi giorni e qui serve un commento serio. Ripasso. Un bacio

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