domenica 13 settembre 2015

Pensieri sparsi del viaggiatore forzoso

E dunque eccomi qui in una domenica cupa e piovosa, spersa in una amena cittadina portuale del Massachusetts. Mi pare di essere nel mio adorato telefilm "La signora in giallo" ma a parte quello niente da segnalare. E' tutto tranquillissimo, credo che stanotte non sia passata neppure un'auto sotto l'albergo. Per darmi una botta di vita mi sono banalmente infilata in un ristorante italiano, almeno ho fatto due parole e ho anche mangiato un'ottima pizza, devo dire.


Il viaggio ieri è andato bene ma davvero lunghissimo, ho avuto tenerezza per parecchie coppie con bambini sotto i due anni che hanno dovuto gestire i piccoli reclusi in pochissimo spazio e per nove eterne ore ... io ho guardato due film e pensato, pensato, pensato.
 Il risultato dei miei pensieri: non ho nessun buon motivo per essere qui.

Premessa: queste considerazione valgono solo per me, non è una presa di posizione contro i genitori che lavorano, che si assentano anche a lungo o che amano la loro professione pur a costo di sacrificare delle belle fette di vita privata.
Mio padre ha viaggiato per trent'anni per il suo lavoro, alcuni anni ha passato fuori casa almeno sei mesi su dodici e mia madre si presa carico di tutta la gestione della famiglia, restando a casa con me e occupandosi di ciò che non poteva dividere col marito. Hanno fatto una scelta precisa entrambi, diciamo che con il carattere che aveva\ha mio padre, diversamente il matrimonio non sarebbe sopravvissuto. Quindi comprendo benissimo cosa significhi amare quello che si fa o avere un'attitudine personale poco stanziale, ci mancherebbe.

Ma qui parlo di me, di quello che sono e vivo ora, a 45 anni e in una fase di grande riflessione personale.
La mattina, per andare in ufficio, passo vicino al campo volo della mia città in cui è presente la piattaforma dell'elisoccorso. Ogni mattina mando loro un pensiero, un ringraziamento per essere lì e penso che quello è un lavoro che fa la differenza. L'ho vissuto sulla mia pelle, mio padre è vivo e sta bene soprattutto grazie a loro.
Da vent'anni lavoro in uffici commerciali, ci sono stati momenti in cui ho viaggiato molto, negli ultimi anni molto poco, per mia scelta. Non ho mai pensato alla qualità del mio lavoro, al suo significato vero, mi hanno inculcato che occorre fare il proprio dovere senza troppe domande. E così è stato, era importante lo stipendio a fine mese e poter dire di aver speso la giornata a fare del proprio meglio. Forse talvolta sono anche stata soddisfatta di me, quanto bastava per andare avanti. So bene di essere stata fortunata, il lavoro è sacro, su questo non si discute. Però qui si parla di lavorare ancora almeno vent'anni ... è giusto continuare a dire sì senza fermarsi a capire se è davvero l'unica strada percorribile?

Ora le domande mi sono arrivate in mente tutte insieme e non le fermo più.
Per cosa lavoro io?
Una sola risposta: il denaro.
E se almeno fosse molto ma non lo è perché anche per ottenere il giusto stipendio occorre fare domande e pretendere risposte, mai stata capace io. Guardate solo questo viaggio: starò fuori una settimana, ossia 5 serate + 2 sabati + 1 domenica ... chissà che gratifica, eh? Sapete cosa avrò? Potrò recuperare le 8 ore di lavoro della domenica, basta, perché col contratto del commercio anche i sabati sono lavorativi ... che fortuna, vero? Quindi io attraverso l'oceano, mi perdo una fracassata di cose a cui tenevo molto, faccio la mia dose di fatica (non è che qui sia una vacanza premio, si lavorerà tutto il giorno), spendo soldi personali che non mi rimborseranno (tipo le telefonate a casa ... vi sembrano un costo evitabile?!!) e cosa ottengo? Ah, certo, ottengo "esperienza".
Domani mi aspettano almeno tre ore di manfrina dal titolo "Universal selling strategies", ne sto leggendo il riassunto cartaceo e davvero mille e mille domanda nuove mi vengono in mente.
La prima è, ma perché? Perché sono finita a fare un lavoro per cui non provo il minimo amore, ma neppure un po'? Non ce l'ho tanto col fatto di dover "vendere", in fondo tutti vendiamo qualcosa, che siamo negozianti, casalinghe, consulenti o operai. Magari cambiano i "clienti", ma ciò che facciamo, specialmente se lo facciamo bene, è comunque oggetto di scambio.
Il punto sta: ma io faccio la differenza per qualcuno? Il mio esserci cambia le cose?
La risposta è ovvia, no.
Il barista che prepara un bel cappuccino e lo serve con un sorriso è mille volte più utile di me, crea un effetto positivo in chi riceve quella tazza fumante e magari una giornata iniziata storta può ripartire con il piede giusto.
L'operatore ecologico che con coscienza pulisce ciò che noi scioccamente imbrattiamo, rende un gran servizio. Il bidello che accoglie i bambini con simpatia o cura una sbucciatura, rende un gran servizio. Anche il chirurgo che non ha festività, notti o pause, se lavora con passione crea un  indotto positivo sulla vita di moltissime persone. Pensate alla dottoressa fantastica che ha passato una domenica a salvare il braccio di mio padre, non la ringrazierò mai abbastanza.

Certo la scelta sta nel fare al meglio ciò che si fa (e produrre bene) o farlo al peggio (e non produrre nulla, o fare danni). L'insegnante è un mestiere incredibile da questo punto di vista, può creare indotti positivi per anni e anni, o fare danni pazzeschi. Ma la scelta c'è, è una sfida ma raggiungibile, è dare significato alla propria fatica.

Questo è il senso. Avere una sfida che possa essere "utile" e viverla fino in fondo.
Domani mi diranno quale e di che rilevanza sarà la mia sfida e a me viene solo da sorridere, con un pizzico di tristezza. Perché in verità sento che non mi interessa per niente, sarò stupida e ingrata ma questo lavoro non mi assomiglia più. Non c'è etica o senso di comprensione verso dipendenti o clienti, c'è solo un valore economico. Si finge, si mente, spesso più tra colleghi che con i clienti, si recita una parte per poter sopravvivere con meno mal di pancia possibili.
Sono così anch'io, non mi elevo certo per santità, ma faccio fatica a sopportarmi.
Mi guardo attorno e penso sempre al significato delle piccole cose, dei piccoli gesti. Nell'hotel in cui sto adesso la colazione viene preparata sul momento da un un signore di origine latina, credo di aver capito portoricana. La sua figlia più piccola, 10 anni, era seduta ad un tavolo e mi ha chiesto se volevo sedermi con lei. Abbiamo chiacchierato un po', ho capito poco e forse ho anche risposto a casaccio ma è stato un momento carino. Quando me ne sono andata il padre mi ha chiesto se tutto andava bene e mi ha regalato un bel sorriso, credo fosse grato per l'attenzione prestata alla sua bambina che si annoiava ignorata dagli altri ospiti.
E' una sciocchezza, uno scambio di cortesie umane basilari, eppure è stata un'emozione. Quando una parrucchiera fa uscire dal suo negozio una signora al meglio del suo aspetto, quando un pizzaiolo vede la soddisfazione nei suoi commensali, quando la mia amica Patty trucca una sposa nel suo giorno speciale e la fa sentire bellissima ... ecco, sono emozioni, certo sono anche mestieri, ma soprattutto scambi di vita.
Poi ci saranno volte in cui lo scambio non funziona, è umano, ma l'importante è mirare là, al momento in cui tutti sono soddisfatti, chi del proprio lavoro chi del risultato ottenuto.
E' come vedete succede in tantissimi casi, non occorre essere guru della medicina o capitani d'industria, insomma il "servizio positivo" è alla portata di moltissime attività ... solo che non lo vedo nella mia! Certo se lavoro correttamente e mi prendo cura delle esigenze di un cliente (o meglio del suo referente per lo specifico servizio) alla fine risolverò i suoi problemi e lui sarà soddisfatto, ma non perché gli avrò migliorato la vita in un qualsiasi piccolo o grande modo, solo potrà avere meno grane con i suoi responsabili o con gli utenti del servizio. Non ricorderà il mio nome se non quando si tratterà di lamentarsi per qualcosa e quando lo contatterò per "vendere" altro farà pure finta di non aver ricevuto alcuna comunicazione. Spesso conta solo se fai il prezzo più basso ... freddo ed essenziale, niente fronzoli umani e nulla da discutere.
Ci sono tante persone per le quali questa è davvero una sfida eccitante, non ne dubito. Una sorta di battaglia con se stessi per ottenere uno spicchio di mercato in più, per avere qualche soldo in più o anche solo per essere i migliori del settore. Va benissimo anche così. Solo che non è per me.

Io ho un disperato bisogno di usare quello che so fare - e qualcosa la saprò pur fare dopo vent'anni di lavoro - per sentirmi utile davvero, per vedere un sorriso nelle persone che mi trovo davanti. Per sapere che io - davvero io e non un freddo ruolo - ho fatto la differenza nel metterci l'impegno adeguato.
Forse sono impazzita, forse il jet lag mi annebbia :) In verità questa cosa mi frulla in testa da un po' ma è scoppiata col nuovo lavoro e tutto quello che ha comportato. Come dicevo nell'ultimo post è stato come ricevere uno spintone, sono decisamente finita lunga e distesa a terra e adesso mi sto rialzando.

Tornando alla considerazione iniziale, ecco perché non ho buoni motivi per essere qui.
Tranne uno, la consapevolezza chiara e precisa che ora vorrei essere altrove.
Anzi due, la certezza che da oggi il mio "senso del dovere" avrà un significato diverso, secondo la mia scala di valori e non quella che mi viene imposta dall'esterno, anche a costo di dire tutti quei "no" che non sono mai riuscita a dire.

Tanti mi hanno detto che magari il fatto che la prima settimana di scuola media di Ale io non ci sia potrebbe essere un bene, che con suo padre troverà un diverso equilibrio, che se la caveranno benissimo, che capiranno l'importanza della mia presenza quotidiana nel gestire i piccoli guai ... tutto assolutamente vero ma in fin dei conti io vorrei essere là, questo mi dice la mia pancia. Punto. 
E anche Ale mi vorrebbe là, anche se non lo dice, anche se al telefono mi parla poco, anche se va tutto bene ... io so che avrei voluto vederlo salire quella scalinata per la prima volta, avrei voluto che girandosi vedesse il mio sorriso d'incoraggiamento, avrei voluto vedere il suo viso all'uscita del primo giorno e sentirle di persona le sue prime reazioni.

A proposito di coincidenze, stamattina mentre giravo per un negozio di souvenir cantavano di sottofondo gli Aerosmith "I don't want to miss a thing" e sono arrivata dal negoziante alla cassa con gli occhi rossi ...  Every moment spent with you is a moment I treasure ... lo so, sto messa peggio che con gli ormoni della gravidanza.


Insomma, approfitto della forzata solitudine e del silenzio prima del caos dei prossimi cinque giorni per scaricare la mia logorroica presa di consapevolezza. Ho ascoltato tanti pareri nelle ultime settimane ma alla fine ne sono uscita io, con i miei desideri che ho tenuto a bada per così tanto tempo, con le mie debolezze che amo spropositatamente, con il mio amore sconfinato per la mia casa e la mia famiglia di cui non intendo giustificarmi neppure per un secondo.
Io sono felice là, e sono felice quando faccio qualcosa che rende il mondo migliore, anche solo con un gesto minuscolo.
E ora cosa manca? Tipo demolire abitudini e forma mentale di almeno un trentennio e ricostruire qualcosa di emozionalmente (ma pure economicamente) soddisfacente?
Diamine, forse torno a mettere in naftalina i pensieri ... i voli aerei troppo lunghi mi fanno male ... va bene, vediamo cosa accade con quello di ritorno :D :D :D

A presto bella gente!! 


15 commenti:

  1. cara Marzia, qualche mese fa, ne ho parlato nel blog, mi hanno fatto una proposta di lavoro che ho rifiutato nonostante fossero anni che facevo il filo a quell'azienda, per il semplice fatto che avrei guadagnato abbastanza meno, soldi, sì come vedi vado a parare anch'io lì. Buffo è che per invogliarmi tra le varie cose hanno detto che ci sarebbero stati viaggi in Danimarca, che io amo, sì ma amo andarci per i fatti miei, i viaggi di lavoro non li sopporto, una domenica di meeting aziendale UNA e mi girano le palle per giorni. Il mio tempo libero è sacro, figuriamoci con un figlio. Sai, la nostra è la generazione del "35 anni di lavoro e poi pensione!" il che significherebbe che me ne mancherebbero 8, 8 sono pochissimi, sono tanti come gli anni di matrimonio che sono volati, e non sarà così, siamo partite con un'idea, un percorso che ora sa di grande fregatura, soprattutto se, non amiamo il nostro lavoro, cerchiamo di farlo bene, al meglio, ma ci sentiamo di continuo risucchiate in un vortice di non appartenenza. Non credo affatto di averti consolata, ma volevo almeno mandarti un segnale oltre oceano. Bacione

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Sandra, hai centrato perfettamente il punto. La stanchezza è davvero troppa per pensare di poterla affrontare per altri vent'anni, è proprio fisiologico.
      Bacione ricambiato.

      Elimina
  2. Ciao Marzia, come ti capisco! anche io sto in questo vortice ormai da un paio d'anni e non riesco ad uscirne. Il dramma è che credo di aver paura di uscirne, di prendere delle decisioni; ho acquistato un libro "Sulla strada giusta" di Francesco Grandis, che parla del suo cambiamento di vita. Ci credi che non riesco ad iniziarlo perchè ho paura che mi possa far decidere di cambiare DAVVERO vita? comunque te lo consiglio, penso tu possa trovarci tanti spunti utili. In bocca al lupo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Proverò anche questo libro, grazie per la segnalazione. La paura è tantissima, come non averne? Dopo vent'anni in cui la tua vita ha avuto una struttura ben precisa, l'ignoto diventa un mostro enorme. Ma in fondo in fondo sappiamo di esserci già, nella bocca del mostro. E' molto difficile, hai ragione!

      Elimina
  3. cara Marzia, chissà se hai appena finito la tua giornata di lavoro, se non è così so che stasera tra le mura della tua stanza di hotel , sdraiata sul letto nel silenzio totale, per prendere sonno leggerai il mio commento... un commento lungo come il mio solito, come se in quella stanza fossimo io e te a parlare di noi
    in quel noi c'è in comune il lavoro, tu conosci il mio quest'anno sono 23 anni che lo faccio, ho arredato stanze a giovani coppie che oggi ritornano da me per la cameretta del nipotino, ho visto bambini nascere e poi ritornare da sposi... un lavoro dove la passione ha sempre prevaso fino ad arrivare a oggi... questi ultimi mesi il mio secondo lavoro, un lavoro che tutti pensavano non meritassi, fosse un abbassamento delle mie conoscenze lavorative... e invece ogni mattina mi alzo con il sorriso, mi sento gratificata, e la signora è contenta di me...avolte penso...e se il ginocchio che mi fa male dovesse cedere e io dovessi farmi operare al menisco, operazione che sto rimandando da anni,... e così dovrei stare a casa, e rischierei di perdere il nuovo lavoro... mentre di quello della ditta non mi importa niente... eppure prima sono entrati due clienti che quando sono usciti mi hanno ringraziato per la gentilezza e la pazienza riservatagli...
    eppure non sono più entusiasta come una volta...

    Forse dovresti valutare di cambiare lavoro... non è facile lo so trovare un lavoro, e sopratutto uno che combini con gli impegni scolastici di Ale... ma forse questo viaggio ti sta facendo valutare l'ipotesi di un cambiamento

    Andre, per ora ha trovato un nuovo impiego... serve il sabato e la domenica in un ristorante di lusso durante i matrimoni e poi ha scelto di non fare l'università... scelta che ha preso soffrendone un po' e io mi sento colpevole... se la nostra situazione economica fosse stata migliore... ma lui non voleva pesare sulla famiglia... si sa che avrei fatto di tutto per pagargli gli studi... e ora porta curriculum ovunque... e durante il giorno lavora in laboratorio da una mano a Giò e lo fa con il sorriso sul viso
    Oggi era un piacere vederli lavorare uno affianco al altro, sembrava avessero fatto qullo da anni

    e allora perchè ti dico quello, perchè voglio dare un futuro a mio figlio...voglio impormi che l'unico motivo per continuare a fare il mio lavoro è quello di lasciare qualcosa a mio figlio
    Allora mi darò da fare, metterò tutta me stessa, seguirò meglio i clienti farò una svendita ma muoverò l'attività per cercare di inserirci mio figlio...perchè è questo che vuole, imparare il mio lavoro, da sempre me l'ha detto ma io vedevo solo l'università...ora ho aperto gli occhi

    ma non mollerò il mio lavoretto del mattino, perchè è un modo per staccare e per avere più gioia da vivere

    come sempre i miei commenti sono lunghi e in poche righe ti descrivo tutta la mia storia, ma tu in parte già la conosci ... una cosa non sai che io adoro la signora in giallo... e cabot cove...

    un bacio e serena notte

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tu hai trovato il modo di inserire il cambiamento, è già moltissimo.
      Poi il discorso della responsabilità nei confronti dei figli è sacrosanta, è ovvio che se fossimo sole alcune decisioni sarebbero immensamente più facili. Ma dobbiamo rendere conto a a chi conta su di noi e questo viene prima del resto.
      Ti auguro di poter realizzare i tuoi sogni insieme a tuo figlio, credo che nulla sarebbe più bello che essere felici di lavorare insieme!

      Elimina

  4. d.repubblica.it/.../8_4_come_amare_un_lavoro_che_non_ci_piace-2553...

    http://d.repubblica.it/attualita/2015/04/08/news/8_4_come_amare_un_lavoro_che_non_ci_piace-2553714/

    RispondiElimina
  5. A dire il vero, Marzia, mi sembra che tu abbia da un bel po', una certa voglia di cambiamento. Una voglia che tocca molti aspetti della tua vita o forse ne tocca molti perchè, come capita, ancora non hai ben focalizzato cosa preme di più.
    Forse l'unica vera strada è quella di imparare a tirare fuori un po' dei no che ti tieni in gola ed anche di mandare un po' il senso del dovere a fare un giro chè, è una bella cosa averne, ma può capitare che a forza di sentirsi in dovere al lavoro, in famiglia, col marito, con i genitori, con i figli con l'universo mondo, ci si trovi un pochettino schiacciati ed anche nel mezzo di non pochi conflitti interiori.
    Ah, tu fai la differenza, magari non te ne accorgi, ma la fai

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, è così, sto scalpitando da un po'. E quando inizio a stare così poi il meccanismo non si placa ... è che mi mancano ancora alcuni pezzi del puzzle ma se li trovo! :)
      I no ho già iniziato a dirli, e sto molto meglio.
      Sul fare la differenza ... ci sto lavorando, so di avere il mio peso (non solo in kg) ma devo ritrovare un pizzico di fiducia in più.

      Elimina
  6. Io questa tua riflessione l'ho fatta, quando ho scelto la famiglia. La famiglia, i figli, il prendermene carico in prima persona, con le gioie, le fatiche e la costante paura di sbagliare e non avere alibi. Non avrò una pensione mia, non ho lavorato abbastanza anni. Mi sono resa dipendente da mio marito e la mia famiglia non può fare lunghe vacanze e comprarsi gli ultimi capricci del momento, di questo sento la responsabilità, dei no che devo dire.
    Ma posso dire di essere felice? Sì, lo sono. Mi sono goduta il bene che la mia famiglia mi ha dato finora, sono cresciuta umanamente, ho aiutato le persone che ho potuto, ho cercato di rendere bello il mio tempo e quello delle persone che vivono con me, che mi conoscono. Ho rinunciato a tante cose e a tante ancora rinuncerò, ma ho imparato che vivere pienamente è buttarsi nella vita e cercare di fare di tutto per essere felici e io questa felicità la voglio.
    Non so cosa consigliarti, non so cosa sia meglio per te, ognuno ha la sua via per essere felice. Ti auguro di trovare la tua, ti auguro di non aver paura di fare scelte che ora ti sembrano illogiche, ti auguro di sentire il tuo "Te" più profondo, quello che sa sempre cosa è giusto fare. Un bacio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' giusto, occorre scegliere, valutando ogni aspetto. Fino ad ora non ne ho avuto la forza, troppe pressioni intorno e troppo rigida io nel vedermi come donna lavoratrice.
      Ma il punto è quello che dici tu: essere sereni e felici. Non me lo sono chiesto per troppo tempo e quando l'ho fatto la risposta non mi è piaciuta.
      Invidio la tua serenità, spero di conquistare presto la mia.
      Un abbraccio.

      Elimina
  7. In bocca al lupo Marzia! Continuerai ad essere te stessa qualunque cosa farai e chi ti sta vicino continuerà a poter contare su di te. Il resto verrà da solo. Salvatore

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Salvatore! Ci proverò, davvero.
      Un abbraccio.

      Elimina
  8. Felice di non essere più nella tua posizione e dover dire tutti quei no che ti spezza noi momenti migliori.
    Io ho scelto sempre sempre la famiglia, e non me ne pento neppure per un attimo anche quando la "carriera" la facevano gli altri, pure quelli arrivati dopo me.
    Dicevo semplicemente un 'no grazie!' E correvo a casa dai 'MIEI' ... Che gioia!
    Forse pensiamo troppo?
    Ciao Marzia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, io penso decisamente troppo, mio marito me lo rimprovera sempre!
      E sì, correre a casa dai miei uomini è una gioia grandissima e non c'è nulla che venga prima, certamente non la carriera!
      Grazie Carla.

      Elimina

Scrivere è bello ma leggere è anche meglio. Grazie per il tuo commento ...