domenica 11 gennaio 2015

Per favore, ricorda il suo nome

Sono giorni strani, pieni di voci e opinioni, impossibile restare indifferenti.
Ma ci vuole competenza per parlare di ciò che è successo a Parigi, e pure una buona dose di coraggio. E io ho poco sia di una sia dell'altro. Qui dunque vorrei fissare solo un piccolissimo pensiero che né aggiunge né serve a spiegare nulla se non a me e alle mie personali contraddizioni.

Ricordo ancora la strana sensazione che ebbi nel leggere l'articolo che Oriana Fallaci scrisse dopo l'11 settembre, La rabbia e l'orgoglio, che poi divenne un libro venduto in milioni di copie. Ero arrabbiata anch'io, verso il genere umano capace di fare cose ignobili in nome di qualcosa che non è mai stato Dio, ma da sempre è il potere, è "noi" contro "voi".
Quelle parole le ho rilette oggi e la sensazione era ancora là, duplice come allora, condivisione e allo stesso tempo distanza. Perché la rabbia la comprendo, la vendetta è più subdola, l'odio è un innesco perenne.
Solo ad alcuni anni di distanza lessi invece la replica di Tiziano Terzani, il cui sottotitolo "Non possiamo rinunciare alla speranza", apriva qualche spiraglio nel buio di quella rabbia. Anche questo articolo ho riletto, ritrovandolo in rete, e ho di nuovo apprezzato l'invito alla responsabilità del buon tacere, che parlare per fomentare è spesso l'arma di chi vuole trarre vantaggio dai conflitti senza avere le palle di farne parte.

Mi sento in bilico, non sopporto vedermi io per prima intollerante e rabbiosa davanti a certa ingiustificabile crudeltà ma allo stesso tempo mi rifiuto di pensare che gli esseri umani non siano in grado di evolvere verso una società in cui la tolleranza e il rispetto della vita siano più importanti del potere individuale, non solo per bontà d'animo ma perché è la scelta più razionale, l'unica in grado di farci vivere ognuno la "nostra" vita.

Ieri, seguendo i fili sottili di una ricerca che stava svolgendo mio figlio, siamo arrivati ad ascoltare e leggere con attenzione le parole di Imagine di John Lennon e le ho trovate così meravigliosamente  utopistiche e così affini ai miei pensieri: vivi oggi, lascia perdere tutto ciò per cui ti hanno detto che è giusto uccidere o morire, considera l'umanità come una cosa sola. Attualissimo, da millenni.

Ascoltando e leggendo le innumerevoli cronache dei fatti parigini mi ha colpito sentire che uno dei terroristi, intervistato al telefono, parlava dei giornalisti appena massacrati utilizzando la parola "bersagli". Mi ha fatto venire in mente i numeri tatuati sui prigionieri che arrivavano nei campi di concentramento nazisti, non certo un metodo di necessaria catalogazione amministrativa ma un preciso messaggio: da quel momento non c'erano più esseri umani ma numeri, per i quali risultava più semplice non provare alcun tipo di pietà o emozione.

Per la stampa mondiale questi morti innocenti sono importanti, hanno nomi e storie, ed è perfettamente giusto. Oggi c’è stato un movimento di piazza davvero imponente, eterogeneo e composto, determinato e solidale. Poi occorrerà molto altro ma questa partecipazione sociale a 360° è un punto di partenza essenziale ed è offerto ad una esposizione mediatica universale.
Eppure, se giriamo appena l'angolo del mondo, si inizia a parlare in termini generali, ascoltiamo due minuti di servizio in cui si dichiarano "cento morti"o "mille morti", oggi in Nigeria e ieri in decine di altri posti, e quello che manca è la percezione - tangibile e pesante - che di singoli, unici e irripetibili esseri umani si sta parlando.
Oggi ho provato a cercare il nome di quella povera bambina fatta esplodere nel mercato di Maiduguri, dieci anni come il mio bambino, ma non l'ho trovato. E invece avrei voluto salutarla con nome e cognome questa ragazzina e scusarmi con lei perché - senza sceglierlo - si è trovata a pagare colpe così difficili da comprendere, il risultato di cieche politiche e di un odio ancora più cieco. E oggi è l'ennesima vittima senza nome, che lascia questo mondo nello stesso anonimo dolore in cui ha probabilmente vissuto. Non è giusto, di questo almeno sono sicura.

Ho un peso grande sul cuore, perché sono certa che se riuscissimo sempre a ricordare che davanti abbiamo persone con nomi, famiglie, amici, passato e - voglio crederlo – futuro (non Stati, non religioni, non movimenti politici), allora sarebbe dannatamente più difficile premere il grilletto e illuderci di farlo per una buona causa.

7 commenti:

  1. Ho pensato anch'io alla bambina negli stessi termini.
    Un abbraccio,
    Monica

    RispondiElimina
  2. A me del caso Hebdo ha dato davvero tanto fastidio da un lato il proclamarsi "tutti come" quando francamente non mi pare (anche legittimamente eh) e dall'altro la volontaria dimenticanza che in quel giornale non si prendono di mira solo i mussulmani.
    Che è cosa diversa dal discutere sulla reazione orribile, orrenda, mostruosa provocata negli attentatori dall'offesa alla loro (supposta) fede.
    Sarà che se Hebdo si fosse accanito solo contro una confessione avrei avuto più difficoltà a solidarizzare, non certa con l'atto terribile di cui sono stati vittime, ma con le loro idee.
    Quanto alla Fallaci, l'ho trovata rancorosa e fuori luogo, superficiale, il che è imperdonabile in una persona con la sua storia.
    Sto con Terzani, tutta la vita, proprio.
    Più in generale mi colpisce e mi rattrista, perchè ci vedo il seme dell'intransigenza e del fondamentalismo questo "noi e loro", per cui sembra che molti ritengano che certe cose non potrebbero accadere per impulso nostro, perchè NOI litighiamo anche ferocemente, ma MAI potremmo arrivare alla violenza.
    Non mi convincono ecco. E non solo perchè il nazismo è vicino, anche perchè NOI spariamo ai medici abortisti negli USA, picchiamo a sangue chi tifa un'altra squadra un po' ovunque, riserviamo a chi ci appare "diverso", anche involontariamente comportamenti assai più duri e violenti quando interveniamo come forze dell'ordine e non abbiamo, insomma, niente che ci distingua da loro quanto ad essenza.
    E infatti, come giustamente dici piangiamo, a ragione, una ventina di persone e ce ne strafreghiamo di migliaia.
    Anche qui, e scusa la lunghezza, ma è solo perchè vorrei essere chiara, non intendo fare del maanchismo o sminuire la gravità di ciò che è accaduto. Al contrario. Tutte queste vite erano importanti e di tutte dovremmo preoccuparci, anche perchè, temo, tutto si tiene.

    RispondiElimina
  3. Mi piace il tuo commento e tutto quello che ha scritto Ciacco29. Aggiungo solo che per me Oriana Fallaci è stata una grandissima delusione. L'ho amata e ammirata da quando ero bambina. Adoravo il suo modo di scrivere, le sue idee, la sua personalità.Quando ho letto "La rabbia e l'orgoglio" ho deciso che non avrei mai più comprato i suoi libri. Non riuscivo più a capirla. E' un peccato che lei non abbia mai risposto alle lettere di Tiziano Terzani. Per me rimarrà sempre un mistero il suo cambio di tendenza e il suo rancore nei confronti di tutto l'Islam.Ho letto di recente una sua biografia ma neanche da lì sono riuscita a trovare una chiave di lettura alla sua intolleranza. Non riesco a farmene una ragione. Flo

    RispondiElimina
  4. La penso esattamente come te. Un abbraccio

    RispondiElimina
  5. Forse sarò un sognatore, un idealista o avrò i piedi poco per terra ma personalmente credo che sia possibile una società composta da persone con diverso credo (religioso, politico, ecc.). Mi ritrovo anche in quello che, non ricordo quale commentatore, rispose alla Fallaci dicendole che lui credeva nel dialogo e “dovevano” crederci tutti quelli che hanno figli nati e devono impegnarsi e lavorare per dare loro un futuro (riprendendo il titolo del famoso libro “Lettere a un bambino mai nato”). Personalmente sto con Terzani.
    Ci credo profondamente anche se le religioni monoteiste in quanto tali definiscono necessariamente un “noi” e un “loro” in quanto pretendono di avere la verità assoluta.
    Credo che la religione serva per armare degli eserciti, come è successo per quella cattolica e succeda oggi con altre, ma non sia di per sé un pericolo.
    A mente un po’ più fredda non posso non notare come certi episodi ci colpiscano perché avvengono in casa nostra e perché “possano succedere anche a noi” o a nostre persone care. Ultimamente ho visto una vignetta sull’ebola nella quale due africani parlano: uno chiede “Ma perché tutta questa preoccupazione per l’ebola quando qui muoiono di fame tante persone?” e l’altro risponde “La fame non è contagiosa”.

    Uno degli elementi principali di una comunicazione riuscita è trovare un piano comune di confronto, banalmente uno stesso vocabolario, altrimenti è destinata a fallire. Penso che al momento una vita abbia in diversi contesti geografici valori così diversi che sia impossibile ragionare insieme. Per chi è abituato a convivere con uno stato di perenne incertezza sulla propria vita, per chi è abituato a veder morire bambini, donne e uomini per i bombardamenti sicuramente svilupperà sentimenti facilmente strumentalizzabili. E anche per chi non vive queste cose direttamente, perché nato in Europa, può essere strumentalizzato in caso di percezione di mancanza di alternative e per solidarietà nei confronti di aggressioni verso la propria cultura.

    RispondiElimina
  6. L'altra sera c'è stato uno speciale su Rai3 in cui Terzani raccontava di sé e del dialogo a distanza con la Fallaci. Ascoltarlo e vederlo è stato come riprendere fiato dopo un'apnea.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi aggancio al commento di Ninin. Anche io l'ho visto quello speciale. Davvvero...speciale, ecco.
      E a te Marzia, dico grazie per questo post. Sono certa che anche quella bambina ti ringrazierebbe per aver parlato di lei in questi termini.
      Un abbraccio.

      Elimina

Scrivere è bello ma leggere è anche meglio. Grazie per il tuo commento ...