giovedì 5 giugno 2014

La minuzia e le dinamiche da scrutinio

Nell’ultimo post sono rimasta colpita dal commento che mi ha lasciato Emy. Non si tratta solo della sua gentilezza, è la parola “minuziosa” che ha attirato la mia attenzione.
Perché è davvero quello che sono, si potrebbe dire pignola o pedante ma teniamoci la valenza positiva di minuziosa.
L’attenzione ai dettagli mi affascina, in verità spesso mi logora ma non ci posso fare niente, se prendo in mano un lavoro devo svolgerlo con tutta l’attenzione del caso. E allora scovo i punti deboli e li rattoppo, aggiro guai e sostanzialmente apprendo ogni volta qualcosa di nuovo.


Mi capita anche con mio figlio, se leggiamo una parola dal significato sconosciuto o il libro di testo cita pesci e uccelli dal nome oscuro, lo invito ogni volta a cercarne significati o immagini. Non importa se poi ce lo dimenticheremo quel nome, mi piace il momento in cui il dubbio si dissolve.
Mi piace pensare che questo sia il naturale meccanismo dell’apprendimento, che sia ciò che rende interessante sia lo studio sia il lavoro, nel mezzo di un mare di nozioni e operazioni meccaniche e sostanzialmente noiose.

Forse la curiosità uccise il gatto ma la superficialità ucciderà il bello e la meraviglia di questo mondo.
E qui mi nasce una contraddizione, in verità solo apparente.

Ho già parlato della mia fissazione attuale per l’argomento riforma scolastica (che riprenderò presto con più cura) e della mia simpatia verso un tipo di insegnamento meno frontale e più partecipativo. Immagino che avere un figlio come il mio, che apprende non in modo lineare ma unendo punti anche diversissimi tra loro e che odia studiare a memoria, influenzi la mia opinione ma dipende anche dai miei personalissimi ricordi scolastici.
Ho approfondito molto alcuni temi all’università (che dire ad esempio di quasi 2000 pagine di diritto costituzionale italiano e comparato ... ancora oggi rabbrividisco al pensiero) ma ero già in un’età diversa, io vorrei comprendere la necessità di buttare a memoria un sacco di pagine delle materie più disparate avendo come unico scopo da raggiungere il benedetto/maledetto 6 in pagella.

E già, il 6 ... roba d’altri tempi? Lo pensavo ma i discorsi da corridoio che sento in azienda nelle ultime settimane mi hanno fatto ricredere. Mediamente i miei colleghi hanno figli alle superiori (sorry, secondaria di II grado) e in questo periodo sono tutti in fibrillazione da medie aritmetiche. Questi ragazzi fronteggiano stoicamente e stancamente le ultime verifiche mentre i genitori si accaniscono sui numerini che appaiono – nudi, crudi e significativamente colorati in verde e rosso – sui registri di classe online.
Discorsi ai limiti dell’umano tipo “allora di economia è al 5,75 quindi lo porterà a 6 anche perché nel primo quadrimestre gli ha dato 6 ma era almeno 6,5” ... “quella pazza di matematica ha fatto una verifica a sorpresa e ha dato un sacco di 3 che ha ribadito faranno media” ... e via così.
Ogni volta ci provo a chiedere “ma tua/o figlia/o come sta? E’ contenta/o della scuola che ha scelto?” ma non arrivo mai ad una risposta, i numeri tornano ad incombere come fossero il punto fondamentale, come se un 6 ci potesse confermare che nostro figlio sta bene e che la nostra carriera di genitori (e di insegnanti, presumo) sta andando a gonfie vele.
Non ho l’abitudine a generalizzare, quindi sono certa che ci siano moltissimi studenti/genitori/insegnanti impegnati in un “patto di apprendimento” che vada ben oltre la logica del voto, a cui comunque dovranno sottostare per ragioni di struttura. Però – almeno nel mio misero mondo – sono ancora una minoranza e la cosa mi rattrista tantissimo.

La contraddizione di cui dicevo prima sta in questo: abbiamo materie interessanti e complesse che necessitano di lavoro e applicazione per essere comprese. Necessitano anche di tempo, di maturazione, di interconnessioni che si comprendono solo col passare degli anni. E qui entra in gioco la curiosità e il piacere dell’approfondimento e della minuziosità: dovendo io, ragazzo in maturazione, confrontarmi con questi voti al limite dell’equilibrismo, sono invogliato a sviluppare quelle doti che potranno essermi di enorme aiuto nella vita, nonché fonte di indubbie soddisfazioni?

Io sono certa di essere curiosa, di essere minuziosa, di amare il dettaglio. Ma sono anche certa di non averlo imparato a scuola, almeno non alle superiori. E’ venuto dopo, nei seminari universitari tenuti in scantinati brutti ma con ricercatori giovani e pieni di amore per quello che condividevano con noi. Lì ho capito che personaggi, storie e teorie hanno trame misteriose che – a volerle cercare – ti fanno attraversare tutto il mondo e ti restano dentro.
Poi c’è anche il temperamento, l’amore per la lettura, l’orgoglio ... e, perché no, una certa mania del controllo di cui mi sto faticosamente liberando :-)
Quindi ci mancherebbe che una strada vada bene per tutti.

Dunque abbiamo classi di ragazzotti di varia umanità, attitudini e talenti.
Abbiamo materie che amiamo e vogliamo far amare.
Abbiamo la necessità di monitorare lavoro e apprendimento (e anche di una leggera coercizione morale, sono pur sempre ragazzotti!)
Abbiamo norme ministeriali e istituti da svecchiare.

Si può superare la battaglia di numeri in cui spesso si riassume l’anno scolastico?
Si può dire ad un ragazzo che in una certa materia il destino gli ha messo in capo un’utilitaria e lui ne ha fatto una splendida Ferrari o – viceversa – avrebbe una Ferrari e lui la guida come fosse un carretto?
Gli si può dare come compito di riparazione qualcosa che esula dai test imposti e vedere se riesce a portare a casa fili di pensieri originali e voglia di girare pagina, in senso fisico e figurato? Pensieri da creare ex novo e non da copiare in quel mare informe che è il web.
Sono rimasta molto colpita da quanto ho letto il libro "La scuola non serve a niente" di Andrea Bajani, libro snello e scritto meravigliosamente, in cui l’autore va nelle scuole e chiede ai ragazzi di forgiare nuove parole per descrivere la realtà che vedono. E ne escono perle di una saggezza immensa, da superare qualsiasi maledetto 6 in pagella.

Alla fine credo che occorra imparare a chiedere, ai ragazzi direttamente.
E che sia indispensabile ascoltarli, ascoltarli, ascoltarli.
Solo così diventeranno meravigliosamente minuziosi nel raccontare.

E così una linea si trasforma in una rete, in uno stimolo a salire e non a scendere.
Vale anche tra adulti ma ad ascoltare i ragazzi si impara di più, vero genitori? Vero insegnanti?

Buona fine scuola a tutti!

27 commenti:

  1. La minuziosità si apprende nella vita ed i libri, la scuola e gli insegnamenti, sono solo un mezzo...ovviamente aggiungo purtroppo.

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    1. Certamente la vita è il miglior insegnante, diciamo che se apprendessimo i rudimenti da giovani sarebbe più facile ;)

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  2. Anche io ho letto il libro e mi è piaciuto molto, fa riflettere.
    La mia personale esperienza scolastica ha registrato un periodo quasi magico nel periodo delle medie, dove veramente i miei insegnanti sono riusciti a trasmetterci passione e amore per quello che studiavamo, e poi un periodo veramente buio alle scuole superiori. Buio non per i risultati ma per l'ambiente. Purtroppo certe cose non le conosciamo di per sé ma solo attraverso le persone che le rappresentano. La scuola ne è un esempio.
    Mia figlia è ancora piccola ma sentendo anche io commenti di colleghi con figli grandi spero di riuscire ad affrontare con serenità certe situazioni senza sminuire ai suoi occhi né la scuola come istituzione né gli insegnanti.

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    1. Sminuire la scuola ai loro occhi mai, ci mancherebbe. Ma aver voglia di cambiarla - in meglio - insieme, questo sì. La partecipazione attiva dei ragazzi la vedo come fondamentale, non possono "subire" un programma, come mi sento raccontare da tante mamme.

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  3. Mi hai fatto pensare a Sir Robinson.
    Forse te l"ho già linkato e allora scusa la ripetizione, lo conosci ?
    Scusami anche se non metto i link diretti, da cellulare sono 'imbasita' come si dice in slang sud-milanese

    http://squabus.blogspot.fr/2011/11/rimango-sempre-un-po-corto-di-parole.html?m=1

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    1. Appena riesco ad impossessarmi di un pc che non mi blocchi ogni tipo di video (arg!) guarderò con molto interesse, da quello che ho letto credo mi piacerà.
      Grazie per la segnalazione.

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  4. Confermo in toto l'andamento alle superiori.
    Mio figlio sta più sulla calcolatrice che sui libri!
    Addirittura, sospetto che il diabolico studi il tanto che gli serva per avere il 6 : cosa diresti tu se dopo una domenica, dico una intera domenica, chiuso in casa a studiare filosofia, materia che non gli dà problemi, ha preso un bel 5, guarda caso giusto giusto per avere il 6 spaccato di media?
    Cosa dire, sono sconsolata, ma non accuso solo la scuola sai, non la sua, non questa in particolare, dico. Ai colloqui, la prima cosa che mi hanno detto gli insegnanti è stata riguardo al suo modo di essere in classe, la sua prodigalità verso il prossimo, la sua educazione e solo poi sono passati al rendimento scolastico, questo per me è ha un valore grande e in 10 anni di scuola sua e di suo fratello non mi era mai capitato!
    Detto questo però aggiungo che credo di notare una sottile "moda" tra gli adolescenti e che,cioè , sei sei bravo a scuola sei uno sfigato, se dedichi troppo tempo allo studio, al sapere, al conoscere, sei uno che non ha nessuno che se lo fila, un perdente. Questo è gravissimo e purtroppo è una mentalità che sento palpabilissima. :(((
    Molto meglio la pignoleria! Pardon, la minuziosità! ;)

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    1. Questa "moda" mi spaventa molto, sebbene non ne fossimo immuni neppure ai nostri tempi! Del resto nella classe di mio figlio - tutti nove-decenni - sono tutti futuri calciatori o ballerine/cantanti di Amici, poi la maestra fa scrivere pipponi ogni momento sull'importanza di far leggere i bambini a casa ...
      Insomma non è certo la scuola il demone, siamo tutti coinvolti nella indispensabile revisione delle priorità educative.
      Sono contenta che tuo figlio abbia a disposizione insegnanti attenti a lui nella sua globalità di persona.

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  5. L'ho letto anch'io ed è illuminante, nonostante la mia esperienza scolastica sia stata... fortunata, non trovo altre parole. Ci vuole tanta fortuna, per trovare insegnanti preparati e allo stesso tempo felici della loro professione...

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    1. Preparati e felici sono due aggettivi perfetti per descrivere sia gli insegnanti sia gli studenti, non è vero? In questo modo i problemi diventerebbero tutti più gestibili.

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  6. Sono attratta dalla minuziosità che, invece, a me manca. Mi piacciono i dettagli, la cura dei particolari, in ogni settore, indica una profonda sensibilità. E tu sei, sicuramente tanto minuziosa quanto sensibile. Gli insegnanti bravi esistono, sono pochi, ma se si ha la fortuna di incontrarli, fanno la differenza.
    Raffaella

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    1. La cura dei particolari è un regalo che facciamo a noi stessi e che, secondo me, ci fa stare meglio nel momento in cui completiamo un lavoro, indipendentemente dal risultato. Voglio dire, nessuno è perfetto ma la superficialità forzata, che vedo spesso anche tra alcuni colleghi, mi rattrista perché è come fingere una maratona mentre si resta immobili. Alla fine ci perdiamo noi e la comunità ...
      Poi la minuziosità è fin noiosa e tu non mi sembri davvero una persona che trascura i dettagli, per nulla.

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  7. come sempre i tuoi post sono belli e interessanti da leggere e portano alla riflessione
    purtroppo io penso che le valutazioni numeriche penalizzino chi si è fatto un "mazzo"tutto l'anno a discapito di chi si da dafare solo gli ultimi mesi per accappararsi un 5.75 o un 5.45 che poi si trasformano in 6
    ma mi chiedo se quel sei dato al ultimo momento rispecchi un interesse sufficiente del alunno alla materia o non voglia dire l'opposto, non gli interessa la materia ma si da dafare solo al ultimo momento per salvarsi da un credito
    baci Valeria un saluto ad Alessandro

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    1. Ed è proprio quello il punto, l'impegno e l'amore per una materia dovrebbero venire prima del risultato numerico, del resto è ben possibile che uno studente faccia del suo meglio senza comunque arrivare al 6 e allora dovrebbe saperlo che il suo impegno viene considerato e apprezzato, pur dovendo comunque riparare un'insufficienza.
      E' complicato, me ne rendo conto ma i sistemi esistono e molti li abbiamo "inventati" proprio noi italiani!

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  8. Andrea Bajani mi piace tantissimo!!
    Vedi Marzia, sono anni che penso che tuo figlio sia nato grande :) e la tua descrizione sul suo modo di studiare me lo conferma. Scusa se di tutto il tuo bel post mi fermo su questo particolare. Sembra che lui abbia gia' fatto quella conquista a cui molti arrivano solo al liceo, per me ci volle l'universita' per esempio. E non credo che la responsabilita' fosse solo degli insegnanti che ho avuto: ero immatura, e studiavo in modo immaturo senza collegare proprio niente, anche "da grande". Provo quindi a pensare ad una classe elementare o media con livelli di apprendimento completamente differenti, bambini che si annoiano e avrebbero bisogno di altri stimoli cognitivi. Come al solito, lasci pensare. Grazie!

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    1. Grazie a te per aver notato questa parte del discorso che per me è ovviamente fondamentale. Mio figlio ha un tipo di apprendimento che potremmo definire "per osmosi", lui è altrove con la mente ma le cose gli entrano dentro comunque quasi come se ci fossero già ... non so se rendo l'idea. Solo che non è il risultato di un lavoro o la scoperta di un metodo ma un modo di essere ed è lì il problema. Davanti alle sfide lui si irrigidisce, davanti a ciò che non va come se lo aspetta lui diventa ingestibile.
      Ma ti immagini arrivare a 10 anni senza aver mai fatto fatica una volta per apprendere un qualsiasi concetto?! Ho appena ritirato una pagella con tutti 10 e non ha praticamente mai studiato!
      Poi davanti ad un banale rifiuto o ad una novità che gli proponiamo letteralmente va fuori controllo ... Insomma abbiamo bisogno di aiuto anche da parte della scuola perché lì ci sono le competenze necessarie per dargli gli stimoli e le sfide di cui ha bisogno, io davvero da sola non posso farcela.

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  9. Io, invece, mi soffermo sulla prima parte del post, quella in cui descrivi questi colleghi-genitori che si fanno calcoli matematici, neanche fossero loro gli studenti: li descrivi molto bene. Io mi sto confrontando con il primo livello di quel tipo di genitore li'( perché purtroppo sono così fin dall'inizio e, forse, si influenzano a vicenda facendo proselitismo anche fra gente più tranquilla che magari avrebbe un approccio diverso alle cose dei propri figli): abbandono del nido e scelta della scuola materna pubblica (o anche privata). Lo so, e' assurdo, ma credimi fanno ragionamenti da rabbrividire. Io credo che in tanti tuoi post hai detto una cosa fondamentale: la norma regola le nostre vite. Ma cosa e' la norma? Chi sta più su, più giù o anche solo più in la della norma viene guardato, minimo, come strano!

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    1. Come sai la mia battaglia per abbattere "la media" è quotidiana :-)!
      E se adesso è dura non oso immaginare tra qualche anno ... noi siamo parecchio strani e non mi dispiace in senso assoluto ma solo quando mi confronto con un certo pezzo di mondo. Ma non disperiamo per il futuro, che dici? L'unione fa la forza, speriamo!

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  10. La tua riflessione abbraccia, come al solito, molti punti e non è facile per me, dirti la mai senza scrivere un romanzo.
    Mettiamola così, alla grossa:
    - studenti e genitori assillati dalla media scolastica o dal 6 ci sono sempre stati e sempre ci saranno. In genere sono studenti poco interessati, alla materia in particolare o più spesso alla scuola in generale e genitori che si muovono di conseguenza (consapevoli, inconsapevoli, rassegnati, tifosi...e chi più ne ha più ne metta) o, al contrario (perchè ci sono anche quelli dei tutti 10) persone convinte che basti un voto a dimostrare la padronanza di una materia o peggio, una crescita intellettuale armoniosa ed effettiva.
    - detto questo, mi colpisce molto e mi riporta qui sopra ed a una nostra vecchia discussione, la tua osservazione sull'apprendimento "a memoria". Non ricordo di avere imparato a memoria altro che ciò che era inevitabile (tipo le poesie), sarò stata fortunata io, però per la mia esperienza erano proprio quelli che mandavano le cose a mente senza preoccuparsi troppo di capire a non raggiungere troppo comodamente la media del 6 a fine anno. Il problema quindi mi sembra più di metodo di studio e di interesse allo studio che altro. Penso invece, che si dovrebbero apprezzare gli insegnati che insistono nelle verifiche sulla capacità di un ragazzo di ricordare, collegare, spiegare l'argomento "del giorno" alla luce di quello affrontato l'altro ieri o l'anno prima. Così come ho apprezzato che i miei, all'epoca, procedessero di pari passo su alcune materie cosntringendoci a tenere insieme che so, scoperte scientifiche, eventi storici, opere d'arte.
    - detto questo e per finire, credo che sia importante anche studiare cose che, nel momento in cui le si affrontano per la prima volta, non appaiono nelle nostre corde, un po' perchè se non provi non sai, un po' perchè a volte ciò che ci è lontano a 15 anni può tornarci incontro a 20 o a 30 suscitando un interesse nuovo, un po' perchè meglio avere studiato ed, apparentemente, dimenticato che essere assolutamente privo di strumenti.
    Aprire la mente non è mai male, di questo si dovrebbero preoccupare genitori, studenti e professori.
    PS Il 6 serve secondo me, serve eccome, perchè una valutazione ci vuole e perchè imparare ad accettare di essere valutati prepara alla vita. Se non altro quando cominceranno a fare girare i curricula
    ciacco sloggata

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    1. So che abbiamo posizioni differenti sui programmi scolastici ed immagino dipenda dalla rispettiva esperienza.
      Sono certa che esista la possibilità di apprendere in modo meno mnemonico, che ci siano molti insegnanti capaci di allenare i ragazzi ad andare oltre le pagine del libro e a fare collegamenti con la realtà.
      Solo che spesso ciò si perde dentro un mare di necessità burocratiche e strutturali.
      Sono assolutamente d’accordo che la scuola proponga un vasto range di materie affinchè i bambini e ragazzi possano entrare in contatto con quanti più stimoli possibili e possano un domani effettuare scelte ragionate per se stessi. Ma ad un certo punto, e direi prima dei vent’anni e dell’università, dovrebbero anche potersi dedicare a ciò che maggiormente sentono affine, con approfondimenti distinti da studente a studente.
      Poi sulla necessità dei voti numerici, ecco qui no, non sono d’accordo. Credo ci siano metodi più efficienti, applicati bene in ottimi sistemi scolastici. E lo dico perché vedo cosa accade a mio figlio, i suoi costanti 10 in pagella non lo preparano ad affrontare il mondo e le altre sfide, anzi. La valutazione che la vita e il mercato del lavoro normalmente fanno è davvero immensamente diversa da quella scolastica, per questo mettere sul piatto altri paramentri che non siano puri test di verifica dell’apprendimento per me – come madre di un bambino speciale – è fondamentale.
      So che la mia è un’esperienza specifica ma ce ne sono tante altre simili, tanti bambini che non possiamo perdere per strada e che hanno bisogno di “andare oltre” le regole di valutazione attuali.

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    2. Scusa Marzia non vorrei apparire polemica, ma sento il bisogno di una precisazione. Quando dico che i voti servono non intendo che siano necessari nel mondo del lavoro, anche se, concedimelo, certi voti sarebbe bello se contassero anche lì. Intendo che, da adulti, siamo costantemente soggetti a valutazioni e trovo opportuno che i ragazzi si abituino a questa realtà. Vedo infatti molte persone, genitori e figli, che tendono a negarla, autogiustificandosi, autoassolvendosi o prendendosela col valutatore. Ora, so che non è il tuo caso e che certo non è ciò che intendi, cionostante la discussione riguardava la scuola in generale

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    3. Ci mancherebbe, ovvio che sfuggire i propri limiti o coprire il poco lavoro grazie all'assenza di valutazione non è neppure il mio obiettivo.
      Sai nella mia azienda c'è annualmente l'incontro con il proprio responsabile, tu ti autovaluti e poi confronti i suoi "voti" con i tuoi ... l'idea in sé sarebbe anche buona ma non produce mai risultati, avere buone valutazioni purtroppo resta un mero esercizio di scrittura e anche questo credo incida sulla mia antipatia verso i voti!

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  11. Posso dire che molti genitori riescono a capire il valore, gli interessi, la preparazione dei loro figli solo attraverso un numero? I giudizi con i quali si completava la scheda di valutazione alcuni anni fa sono stati sempre contestati dagli insegnanti, che si sono avvalsi in moltissimi casi di giudizi genereci, preconfezionati (Quanti libri con giudizi per i vari quadrimestri e su bambini inesistenti !). Quando si è tornati al voto tutti hanno toccato il cielo con un dito...Molto più semplice usare i numeri ai quali si può aggiungere un meno o un più... Molto più impegnativo formulare un giudizio dal quale far cogliere tante caratteristiche di un alunno dalle modalità di apprendimento alla socialità alle conoscenze per ogni ambito disciplinare che non è solo e semplice tecnicismo.
    La valutazione è un grosso problema della scuola. L'avversità ad un sistema serio di valutazione, pubblico e confrontabile nei risultati è avversato dalla Scuola. Si veda l'ostilità alle prove Invalsi il cui valore si sminuisce senza averne capito in pieno significato e finalità.

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    1. Tu hai dato voce hai miei timori più grandi, la nostra (come genitori per primi) assuefazione al facile calcolo numerico dei risultati.
      Poi, come ho già detto, io sono solo madre e non sono in grado di comprendere le motivazioni pedagogiche ed organizzative della struttura scolastica attuale.
      Vorrei solo un modo meno "freddo" di valutazione, che magari è già così nelle intenzioni degli insegnanti solo che spesso non lo percepiamo correttamente.

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  12. Se riesci ad instaurare un rapporto empatico, riesci ad ascoltare ed essere ascoltato. Ci vogliono qualità e strategie.
    Per quanto riguarda la valutazione, è un discorso complesso che riguarda non solo la prova o un insieme di prove, ma anche lo stile di insegnamento e lo stile di apprendimento.
    Un buon docente sa valutare tenendo presenti molteplici aspetti che vanno al di là della prova in sè, ma che riguardano i processi cognitivi che sottostanno all'esito della prova.
    Le prove tipo Invalsi non sono che uno degli aspetti della valutazione. E comunque, per certi aspetti la valutazione dello studente è anche una valutazione dell'insegnante. Non sottovaluterei l'aspetto autovalutativo. Dalla mia esperienza, i ragazzi sanno valutarsi molto più di quello che comunemente si pensa. E qui entra in campo la figura dell'insegnante motivatore dei processi di apprendimento e la relazione studente-docente.

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    1. Empatia, qualità e strategie ... sì, è davvero complesso! E lo dico come mamma, perché nonostante gli sforzi io spesso non riesco ad utilizzare questi splendidi elementi per comprendere il mio stesso figlio.
      Quindi so benissimo che è infinitamente più difficile per un insegnante applicare tutto ciò per comprendere una moltitudine di individui in crescita e spesso in opposizione.
      Sull'autovalutazione concordo, infatti - nonostante i risultati - mio figlio ha un'autostima bassissima proprio perché lui usa altri metodi di analisi, che non hanno nulla a che fare con il livello di apprendimento.

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    2. Perchè, credi che io ci riesca con mio figlio?? ci provo, cambio, CHE FATICA!!!
      Mi pare, almeno nel mio caso, che una figura esterna alla famiglia, ma di cui lui ha fiducia, possa funzionare meglio del genitore...
      Ah!! Buon fine scuola anche a te!!

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