venerdì 16 maggio 2014

La cultura generale che generale non è

In questi giorni sono accadute alcune cose che mi hanno fatto pensare.
 
Primo. Una mia collega mi raccontava di una sua amica trasferitasi da un anno a Stoccolma le cui figlie si trovano benissimo nella scuola internazionale che frequentano, dove lavorano per progetti e non hanno quasi mai insegnanti “frontali” ma organizzano il lavoro in gruppo e per obiettivi personalizzati. Questa amica teme però l’eventuale rientro in Italia perché dice che difficilmente sarebbero in grado di sostenere un programma vasto quale quello della nostra scuola, soprattutto in materie quali la letteratura o la storia.
 
Secondo. Mio figlio torna a casa e dice di aver preso 9 in un compito di matematica, il risultato era corretto ma non aveva eseguito l’operazione in colonna e con la prova del 9. Io come sempre abbozzo un generico “mmm” (le sue parole sono normalmente proporzionali alle mie quindi quando riesco mi mordo la lingua e taccio) e lui precisa “ti pare che 10+5,82 sia un’operazione da dover svolgere in colonna?!”. A quel punto temo di aver grugnito un tantino, la sua maestra come sapete mi piace ma ultimamente lo sta proprio contenendo troppo.

Terzo. Sempre il figlio alieno di cui sopra - davanti alla seconda lettura di alcune pagine di storia della musica (detto fra noi folli, prive di contesto e in linea con un insegnante tarato sui liceali) - mi dice che una ricerca ha dimostato che già dopo una settimana noi ricordiamo solo il 10% di ciò che impariamo a scuola. Non va oltre ma il sottotitolo lo conosco “domani prenderò 10 anche in questo compito in classe ma non facciamoci venire il sangue amaro perché tanto nel medio e lungo periodo questa cosa per me avrà importanza zero”.
 
Che Alessandro avesse una saggezza razionale ineccepibile lo sapevo già ma questa volta credo abbia colpito nel segno delle riflessioni sulla scuola che mi stanno accompagnando in questi ultimi mesi.
 
In che modo tramandiamo il nostro immenso patrimonio di storia, arte, letteratura e quant’altro? Quale cultura passiamo davvero alle nuove generazioni?
Il filo che parte da OBIETTIVI CHIARI passa attravero ISTITUZIONI/SCUOLA e arriva al risultato CULTURA/LAVORO è tirato nel modo giusto?
 
Mi è capitato di leggere questo articolo e di ritrovare la parola “petrolio” associato alla cultura italiana, per rendere l’idea di questa miracolosa energia propulsiva in grado di far uscire il nostro Paese da una situazione stagnante.
Per chi come me ha studiato storia dell’Europa, diritto comunitario e robe simili non è che sia proprio una novità, anzi è un vecchio ritornello che ci sentiamo strimpellare ad intervalli regolari. I moniti dell UE sui pericoli del nostro disinteresse politico e sociale verso lo straordinario patrimonio artistico-culturale italiano si sprecano. Attiriamo milioni di turisti da tutto il mondo ma potrebbe essere molto di più, molto meglio valorizzato, molto meglio salvaguardato nel lungo periodo.
A furia di tagli, la politica sta votando questo patrimonio al degrado, spendiamo (pare) la metà della Germania nella tutela dei beni culturali e siamo lo stato europeo con più risorse in assoluto (basterebbero Roma, Firenze, Pompei e poco altro).
 
Ok, tutto chiaro.
Ce ne freghiamo di capitalizzare la nostra fortuna e lasciamo pezzi dal valore inestimabile nelle cantine dei vecchi musei perché non abbiamo fondi per creare gli spazi adatti.
Non ci sono soldi neppure per la scuola, va bene adesso forse qualche tetto verà riparato, e ovviamente fioccheranno le LIM (diamine, ma davvero queste lavagne salveranno i nostri ragazzi?!) ma i contenuti dei programmi ministeriali vecchi di cent’anni quelli non c’è mica tempo di stravolgerli (e poi agli insegnanti si garantisce piena flessibilità, altroché ...).
Non vado oltre con la sequenza dei luoghi comuni e delle innegabili verità che ci affliggono. I dati sono fuori dalle finestre di tutti, non abbiamo da andare tanto a scavare. Le ragioni da trovare nella politica, certo, ma anche dentro di noi perché – pare - che un italiano su due non sia affatto interessato alla cultura, e in particolare alla sua produzione, conservazione e sostegno.
 
Allora mi sono fermata a riflettere sul mio percorso di studi per capire cosa è rimasto di quel tanto studiare, quale scintilla di amore per la cultura sia sorta da quelle infinite ore dietro un banco. Ovviamente sono passati ormai 30 anni da quanto iniziai il liceo ma sinceramente ricordo pochissimo di latino, storia dell’arte o filosofia. Sono materie che avrebbero potuto farmi comprendere meglio la “bellezza” della nostra cultura ma non incontrai nessun insegnante davvero innamorato del suo lavoro e tutto passò semplicemente come mero esercizio di memoria e apprendimento a breve termine.
Amavo così tanto scrivere eppure non prendevo quasi mai il massimo dei voti perché non sceglievo i temi di letteratura, quelli servivano per avere un bel voto alla maturutà, eppure nessuno ci insegnò mai a comporre un testo. E i giovani ricercatori italiani che si trovano poi a dover pubblicare il loro lavoro devono imparare dai colleghi anglosassoni, perché non hanno la minima idea di come strutturare un articolo mentre gli altri lo apprendono alle elementari.
Ricordo invece con piacere un professore di italiano, giovane ed entusiasta, che per anni ci costrinse a leggere un libro al mese (da “Madame Bovary” a “Il nome della Rosa”) e a confrontarci con discussioni originali su ognuno di essi. Per qualcuno dei miei compagni leggere era una grande fatica ma credo sia rimasto a tutti un patrimonio di grande valore umano.
E poi la storia, oh quanto mi piace la storia! Ma se mi fossi fermata al liceo me ne sarei persa un pezzo fondamentale. Non so come funzioni adesso ma allora arrivammo a stento alla II Guerra mondiale e neppure finimmo di considerarla nelle sue importanti conseguenze.
La mia triste laurea con lode in Scienze Politiche ad indirizzo internazionale ha avuto almeno il grande merito di colmare le lacune, di farmi comprendere come siamo arrivati ad una Unione europea, e quale peso hanno avuto personaggi italiani quali Altiero Spinelli.
Mio marito dice sempre che i miei studi sono buoni per i cruciverba e i quiz televisivi, temo abbia perfettamente ragione!
Intendiamoci non rinnego nulla però adesso che ho superato abbondantemente la quarantina e ho un figlio che a 14 anni inizierà l’avventura delle scuole superiori ritrovandosi di nuovo di fronte l’uomo preistorico ... ecco qualcosa su questa nostra meravigliosa cultura generale l’avrei da dire.
 
Come la facciamo rinascere la passione per il bello?
E parlo di monumenti, quadri, opere liriche, romanzi ma anche di spiagge, montagne, isole, centri storici ma anche di cucina e alimentazione, accoglienza, saper vivere.
 
Si può fare portando i nostri bambini nei musei, insegnando loro a non buttare l’immondizia per terra e raccogliendo sempre la cacchina santa dei nostri amici a 4 zampe dal marciapiede.
Ma si può fare molto lavorando a scuola per BUONI progetti, che non siano buttare in testa infinite nozioni di cui non ci rimarrà neppure la millesima parte. Abbiamo insegnanti di arte e di filosofia spettacolari che però vengono considerati spesso come il due di picche (mica stanno nei test Invalsi loro!) e non hanno l’opportunità di dar voce alla bellezza vera, quella da amare per sempre.
Se viviamo in un mondo dove dobbiamo mettere guardie ad evitare che i ragazzini (e mica solo loro!) scrivano coi pennarelli sulle statue e sui muri dei castelli medievali allora significa che occorre rivedere tutto, da DENTRO! 
 
Cari adulti, è venuto il nostro momento. Oltre la politica, oltre il “petrolio”, oltre la cantilena “abbiamo prima altri problemi”.
La cultura è ben altro che i voti in pagella, è bel altro che un “vasto” programma ministeriale.
Parcellizziamo questa immensa cultura e rendiamola fruibile a tutti, avviciniamo i ragazzi a ciò che sentono più affine ma rendiamoli consapevoli di quanta responsabilità hanno nel conservare il patrimonio pubblico.
E così facendo potremmo anche rendere la cultura il motore del lavoro, che sia amato e soprattutto adeguatamente pagato.
 
Mi fa rabbia sentire spesso una sorta di contrapposizione tra ciò che viene ritenuto “spendibile” nel mondo del lavoro - ossia tutto ciò che è tecnico o scientifico – e la cultura che, gratta gratta, è tanto bella ma ti fa fare la fame. Ma non esiste contrapposizione! Per salvare il nostro patrimonio ci vogliono tutte queste competenze fuse, già solo la digitalizzazione delle nostre opere d’arte è un progetto enorme, così come l’innovazione nell’agricoltura e molto altro.
Inoltre, torno a ripeterlo, gli insegnanti devono ottenere uno nuovo status sociale – sia come considerazione sia come stipendio – da mantenersi con una preparazione solida, con l’aggiornamento e con la volontà di mettersi in gioco.
 
Sono partita con tre punti e sono finita con un comizio.
Grazie a chi ha avuto la costanza di arrivare al fondo e buon fine settimana!
 

18 commenti:

  1. Come si fa a non dare ragione a quello che dice tuo figlio, perché ha ragione, senza passargli la disillusione tipica di un adulto?
    Credo che, purtroppo, tanto ricada sulle famiglie. La possibilità di viaggiare, di vedere musei, ecc... Dico purtroppo perché penso che la scuola sia una leva fontamentale per la famosa "mobilità sociale" alla quale tengo molto.
    Mi rendo conto di aver avuto una spendida insegnante delle medie alla quale devo tanto, da adulto quando avrei voluto dirle quanto era stata importante ho scoperto che non c'era più. Comunque lo sapeva già ;)

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    1. Già, come dargli torto? Lui ha davvero una splendida insegnante, che prova talvolta ad uscire dagli schemi ma è in un contesto di scuola molto tradizionale quindi alla fine ci si ritrova nei soliti dubbi.

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  2. Nella spesa pubblica per istruzione e formazione rispetto al PIL, rispetto ai 27 paesi europei, l'Italia è al 23° posto. (dati 2011). Sotto di noi solo Grecia, Romania, Slovacchia e Bulgaria. Ai primi tre posti troviamo Danimarca, Cipro e la Svezia che investono quasi il doppio. ( Le Scuole Internazionali ed Europee sono un capitolo a parte ed hanno risorse che la scuola pubblica si sogna - vedi la Scuola Europea di Parma).
    Come a dire che le nozze con i fichi secchi non si fanno.
    Ma non è la sola difficoltà.
    I programmi, pur importanti, non sono il problema. Sposterei l'attenzione dal cosa si fa al come si fa.
    E' l'insegnante il come si fa.
    Come dice Massimo Recalcati in un'immagine suggestiva "il compito dell'insegnante è generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere..."
    E' da lì che bisogna ricominciare.
    Poi possiamo disquisire di tutti il resto... dell'orario scolastico spesso più funzionale alla gestione familiare, oppure di una nuova orgaizzazioe delle materie.. ma viene dopo.
    Se non l'hai già letto ti consiglio un libretto veloce veloce.. "La scuola non serve a niente" di Andrea Bajani.. Rende l'idea..

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    1. Ti ringrazio come sempre per le informazioni preziose. Grazie agli ebook ho subito scaricato il libro di Bajani - che è anche torinese e non conoscevo! - ed è stato subito amore. A parte che scrive meravigliosamente, il contenuto è potentissimo e dovrebbero leggerlo tutti gli insegnanti e tutti i genitori.
      Il come è tutto, più delle nozioni, più del programma ... un insegnante che parli con la profondità e la predisposizione all'ascolto che mostra Bajani non può non suscitare attenzione, almeno ci spero!

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  3. Condivido tutto i pieno, purtroppo, avendo una cultura umanistica e una conoscenza umanistica mi sono sentita spesso dire che non aveva senso studiare, o che la cultura non serve per mangiare. Io credo che serva più di avere una laurea tecnica ma che in Italia purtroppo con una laurea umanistica non ci campi più nemmeno insegnando dato che i laureati come me da poco son tutti precari, quando hanno il lavoro.tuo figlio comunque ha ragione, la maggior parte di quello che si impara a scuola si dimentica proprio perché non si ha occasione di metterlo in pratica :(

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    1. Nel libro che mi ha suggerito Gianpietro si slega la scuola dal lavoro, dandole un ruolo diverso. Sai che è stata un'illuminazione? L'amore per il sapere diventa un motore che poi può portare ognuno al suo obiettivo, così le opportunità nascono da una creatività forgiata grazie a quel sapere, qualsiasi esso sia.
      Mi piace pensare che possa essere così, in qualche modo è ciò che cercate di fare tu e tuo marito, pur con mille difficoltà formali.

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  4. Cara Marzia, io condivido parola per parola, soprattutto la frase finale. Ma sai che gli unici insegnanti "obbligati" alla formazione permanente, che viene retribuita, sono quelli del nido? Poi tutto questo si va a perdere...
    In questi mesi mi sto scontrando con questa contrapposizione già alla scuola materna!!!
    Aspetto di confrontarmi con le insegnanti ai colloqui e poi dirò la mia.

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    1. E io ti ascolterò volentieri, purtroppo ci sono squilibri che appaiono chiari già alla materna. Ed è un bene confrontarsi da subito, come fai tu.

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  5. Ciao, ti leggo in silenzio da un po' ed ho trovato spesso nelle tue considerazioni, oltre a spunti interessanti e riflessioni intelligenti, sostegno e aiuto nelle mie difficoltà di genitore.
    Su quanto scrivi oggi però, non sono interamente d'accordo.
    E' vero che non sempre si trovano insegnanti capaci di trasmettere passione ed amore per questa e quella materia, forse anche perchè questa o quella materia non è nelle nostre corde.
    E' vero che la contrapposizione tra studio - utile e studio - inutile ai fini di un eventuale futuro professionale è quanto meno discutibile e che lo studio, soprattutto quello che si fa in giovane età, dovrebbe essere indirizzato ad acquisire la passione e la gioia per l'apprendimento in quanto tale e - soprattutto - attribuire un metodo che consenta di imparare di tutto e per tutta la vita, perchè questa è, per me, l'unica e vera dote che fa di un insegnate un maestro.
    E' vero inoltre che molti sono gli aspetti sui quali si dovrebbe e potrebbe mettere mano.
    Ma ridurre i programmi no, non sono d'accordo.
    C'è così tanto di bello ed importante da sapere che non vedo perchè dovremmo "insegnare di meno", non è riducendo le informazioni secondo me che i ragazzi impareranno ad apprezzare la cultura, anzi, più ignoranti resteranno meno possibilità avranno di desiderare di sapere di più.

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    1. Ciao, sono felice che tu sia uscita dal silenzio, il bello delle mie provocazioni è proprio il confronto che porta sempre a qualcosa di positivo!
      Sai, in effetti non è che vorrei una semplice riduzione dei programmi ma la possibilità di averli modulari, così da seguire interessi e talenti.
      Ma soprattutto - come dice Gianpiero - è il come vengono interpretati i programmi che conta, non come "travaso di nozioni" nelle menti vuote dei ragazzi ma uno scambio creativo che può nascere solo in un contesto diverso dalla mera lezione frontale. In questo credo che le nostre posizioni non siano distanti.

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    2. Immagino di no, certo mi smebra che siamo d'accordo sul fatto che ciò che si dovrebbe insegnare è soprattutto "insegnare ad imparare" e la passione per l'apprendimento che non può, per me, ridursi ad una fase della vita e poi più.
      Sul fatto che le lezioni frontali non siano apprezzabili invece non sono così convinta, certo dipende molto da come si fanno le lezioni frontali e, all'opposto, come si organizzano i gruppi di lavoro. Io di quelli ho esperienze terribili per dire.
      Allo stesso modo credo che si dovrebbe fare molta attenzione se si volessero modulare i piani di studio mentre si affrontano corsi di studio non specialistici, perchè una cosa è favorire un talento un'altra rischiare di non scoprire affatto una materia perchè non la si ama, anche a priori, e la si evita.
      Con questo non intendo certo dire che non si deve cambiare niente, solo che di questi tmepi ci si affida molto all'idea che la scuola debba essere stravolta, mentre secondo me di stravolgimenti ne sono stati fatti anche troppi, ma nessuno è stato sufficientemente meditato e ponderato

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  6. Argomentone, Marzia! La cultura!!! :)))
    Sai cosa ti dico?! Che la mia soluzione è questa: educare i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti, i vecchi, tutti insomma, al bello e alla curiosità.
    Tutti lo possono fare, anche e soprattutto con gesti semplici: la mia vicina, una donna semplice e anziana, ha un meraviglioso glicine che parte dal suo giardino e le fa un festone fin sul suo terrazzino, a primavera è un'esplosione di colore e profumo, le persone si fermano a guardare, ad ammirare. Questa è cultura per me. E anche vedere i miei figli che portati in qualunque posto con una guida, dopo tanto lamentarsi perchè a loro non interessa niente, si mettono incantati ad ascoltare e a giudicare personalmente quello che vedono.
    In poche parole, ognuno di noi, nel suo piccolo può fare la differenza. Semplicistico, non trovi? Ma efficace... :)))

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    1. Hai assolutamente ragione, la cultura è ovunque! Educare al bello, alla curiosità e alla creatività è fondamentale su ogni fronte, sia a scuola sia in famiglia.

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  7. Ecco un premio per te:
    http://www.babbonline.blogspot.it/2014/05/liebster-award-un-premio-per-babbonline.html

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    1. Grazie! Ma questa volta mi sa che devo impegnarmi ... aiuto! :D

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  8. Interessantissimo dossier sulla memoria e sul suo funzionamento nell'ultimo numero di Focus!

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    1. Siamo abbonati ma non è ancora arrivato il numero di giugno. Lo leggerò con attenzione, grazie!

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  9. Tuo figlio ha ragione!
    A me sono rimasti più impressi certi insegnamenti da "esperienze estemporanee" rispetto a quelli appresi (poi, appresi... sospesi!) da tanti libri di scuola...

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Scrivere è bello ma leggere è anche meglio. Grazie per il tuo commento ...