mercoledì 17 aprile 2013

La rotella insubordinata

Nel post precedente avevo annunciato che la promessa n. 6 avrebbe meritato una riflessione più articolata.
Prendo spunto da due letture.
La prima mi è stata fornita dal collega compagno di mille avventure con cui tentiamo talvolta di sollevarci dalla mediocrità delle nostre esistenze di grigi impiegati.
Si tratta di un trafiletto apparso su La Stampa qualche tempo fa in cui si parla del diffondersi della depressione sul posto di lavoro.
Uno strancio per capire:
“le condizioni per chi è attivo sono peggiorate. Più pressione, più carico, più concorrenza, più instabilità. (...) Si scopre che il mondo del lavoro e della produzione soffrono tanto di assenteismo, quanto di “presenteismo”, come si definisce la condizione di chi va comunque in ufficio mentre è malato, con evidenti perdite in termini di produttività.”

Ovunque leggiamo e ascoltiamo storie di disperazione e disoccupazione. Aumentano i poveri ma soprattutto aumenta la paura.
Ed è giusto che la difficoltà del Paese emerga, ci mancherebbe.
Solo che inizio a pensare stia diventando un comodo alibi anche per chi potrebbe agire in modo più coraggioso e ottimista.
Cerco di spiegare.
Sono entrata oltre dodici anni fa in un’azienda di servizi caotica e piena di voci, discussioni, confronti e pure litigi. Gente andava e veniva, si tentavano nuove strade, si stava un sacco al telefono ... insomma spesso occorreva riportare ordine.
Era bellissimo. O almeno a me piaceva un sacco ...
Intorno a me c’erano commerciali “creativi” e io nel mio ruolo di supporto interno alla vendita, essendo di natura piuttosto precisa e organizzata, fornivo il mio contributo dando struttura e concretezza alle idee. Eravamo tutti un po’ freelance, indipendenti e unici. Eppure anche gruppo capace di coesione nei momenti difficili.
C’era il senso del dare e del ricevere, spesso più in termini umani che economici ma andava bene lo stesso. Eravamo al centro della reciproca attenzione, non coinquilini sbuffanti di stanze asettiche.
La donna che aveva creato l’attività praticamente dal nulla - unendosi ad un colosso americano - era forte ed accentratrice. Qualcuno la amava, altri la odiavano ma non c’era posto per l’indifferenza e soprattutto nessuno ha mai messo in discussione la sua competenza professionale. Lasciò il timone dopo poco più di un anno dal mio arrivo, consapevole che “i bei vecchi tempi” fossero finiti.
Torna a trovarci saltuariamente e ogni volta ripenso ad una frase che ci disse a qualche anno di distanza dal suo addio: “Quanto silenzio in queste stanze, ai miei tempi c’era sempre un sacco di rumore”.
Cara Signorina (così la chiamavano) non era rumore. Era vita, nel bene e nel male.

Adesso abbiamo gerarchie e paletti. Dire sì è il più alto grado di fedeltà richiesto, come nell’esercito. Non ho mai pensato all’azienda come ad una democrazia, ovvio che ci debba essere un management capace di prendere decisioni. Ma decidere vuol dire responsabilità, vuol dire vedere più chiaramente e agire più coerentemente di chi sta nei piani bassi della piramide. Altrimenti il rapporto di fiducia si spezza e il progresso si interrompe. Vi ricorda qualcosa, tipo ciò che accade nei nostri palazzi del potere?
Adesso la frase che qui sento ripetere più spesso (con tono sommesso e sospirante) è: “Dato il momento ...” e da lì le variabili “occorre fare il possibile ...”, “non possiamo chiedere nulla di più all’azienda”, “ “possiamo solo ringraziare”, etc.
Non fraintendetemi, so bene che avere un contratto a tempo inderminato oggi è come portare in mano il Santo Graal. Ci pago i conti e arrivo comunque a fine mese senza piangere. Quindi sono grata, eccome.

Però non vi sembra uno spreco vederla solo in questo modo?
Abbiamo la fortuna di avere aziende che stanno in piedi e che hanno tutti gli strumenti per poter lavorare, non si potrebbe anche provare a lavorare bene e con coraggio?
Se il momento è difficile dobbiamo per forza perdere il piacere di produrre e accontentarci della sopravvivenza?

A rispondere ci ha pensato PdC con un post che mi ha rimesso in pace con il mondo.
Quando il management riesce a superare la logica del tenersi stretta la poltrona, quando la persona viene rimessa al centro e le si crea attorno la miglior struttura possibile per poter esprimere le proprie potenzialità ... allora l’azienda vince, come gruppo fatto di individui singolarmente motivati ad investire il meglio di se stessi. Senza grossi paletti, senza ordini da accettare passivamente, senza sentirsi un numero privo di valore.

Mi è tornato in mente un industriale danese che conobbi all’epoca del mio primo lavoro in un’industria meccanica. Ogni volta che veniva in Italia passavamo parecchie ore insieme e lui adorava raccontare della sua azienda e delle sue esperienze (era un signore che superava la sessantina con una vita parecchio avventurosa). Un giorno mi disse che il segreto del suo successo stava nel cercare di far stare bene tre categorie di persone: i dipendenti, i clienti e i fornitori. “Esattamente in quest’ordine”, aggiunse.
E a vederlo con i suoi tecnici si capiva quanto il suo impegno fosse perfettamente ricambiato. Se avessi avuto più coraggio oggi sarei in Danimarca ...

Dunque si può. Oserei dire, si deve cambiare prospettiva.
Per ricominciare a costruire davvero il futuro, partendo dal piccolo e dal quotidiano.

L’ho già detto che il mio lavoro – come quello di molti di voi presumo – non è uno di quelli che ti alzi il mattino e dici “cavolo che bello!”. Insomma non salvo vite umane, non non influisco sul destino del mondo, non invento nulla di indispensabile, non rendo più piacevole l’esistenza con la mia arte. Sono solo una rotella del meccanismo globale ma vorrei svolgere questa mia parte nel modo migliore possibile, con la gioia di dare il mio modesto contributo.
Ma come posso fare? Io dirigente non lo sarò mai, sono onestamente fastidiosa. Da anni ormai dico sempre quello che penso, sbuffo alle riunioni inutili, non sorrido compiacente, mi oppongo ai progetti senza speranza, faccio presente le inconguenze ... insomma sono una rotella insubordinata, diciamolo!
Però penso, non riesco proprio a smettere. E talvolta mi illudo di essere persino intelligente (nel senso etimologico di saper leggere in profondità la mia realtà).
Dovrei però trovare interlocutori dalla mente aperta e fuori dagli schemi gerarchici.
Avete idee, amici? Lo so è una domanda troppo aperta ma se fosse facile ...

Mentre i pensieri vagano vi lascio con due canzoni che accompagnano in questi giorni il nostro ufficio (sempre grazie al collega di cui sopra ...):

La canzone di Neffa “Molto Calmo”


Devi stare molto calmo, devi stare molto calmo
devi stare molto calmo, devi stare molto calmo.
Molto calmo.
Quando pensano per te, quando senti su di te,
la pressione che c'e'
Quando tutti intorno a te hanno le idee confuse
e le micce accese

La canzone di Bennato “In fila per tre”


Ora sei un uomo e devi cooperare,
mettiti in fila senza protestare
e se fai il bravo ti faremo avere
un posto fisso e la promozione
e poi ricordati che devi conservare
l'integrità del nucleo familiare
firma il contratto, non farti pregare
se vuoi far parte delle persone serie

Ora che sei padrone delle tue azioni,
ora che sai prendere decisioni,
ora che sei in grado di fare le tue scelte
ed hai davanti a te tutte le strade aperte
prendi la strada giusta e non sgarrare se no
poi te ne facciamo pentire
mettiti in fila e non ti allarmare perchè
ognuno avrà la sua giusta razione

A qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere
perciò adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare
e se proprio non trovi niente da fare,
non fare la vittima se ti devi sacrificare,
perché in nome del progresso della nazione,
in fondo in fondo puoi sempre emigrare

ehi ehi, ehi, avanti, ehi avanti in fila per tre...

33 commenti:

  1. Mi sento una rotellina stanca, ma sono d'accordo con te sul fatto che se il dipendente sta bene l'azienda ne può solo che guadagnare.

    Grazie al tuo post e a quello di PdC sto rimasticando considerazioni sul lavoro, spero di arrivare ad una conclusione.

    In questi giorni sento spesso Itaca di Lucio Dalla, la conosci?

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    1. No, non conosco Itaca ma la cercherò.
      Abbiamo creato un bel gruppo di opinioni, certo non risolve la situazione che viviamo in ufficio ma fa sentire meglio, con la speranza a portata di mano. Un abbraccio forte.

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  2. Coraggio, in Italia è una parola che non c'è nemmeno sul vocabolario purtroppo!

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    1. Lo sto sperimentando e mi spiace ogni giorno di più ...

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  3. oddio, siamo telepatiche. vai a leggere cosa ho appena pubblicato! (come sempre però tu hai un uso delle parole preciso e appropriato, un pò meno belle parole di me e un pò più sostanza... brava mi piace!)

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    1. Sai, io riesco a scrivere solo seguendo una certa organizzazione mentale :)
      Tu scrivi molto più con il cuore e mi è piaciuto tantissimo il tuo post, come tutti gli altri che hai scritto del resto!

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  4. E' indubbiamente uno spreco. QUanod spesso batserebbe cambiar eil punto di vista, la maniera di fare, il management anche solo di un pelo...
    IN oLanda avevo un lavoro un po' come racconta PdC, con un capo illuminato, attentissimo ai bisogni di tutti (a volte forse in maniera puramente strategica, ma tant'è: una strategia di management appunto).
    Che mi ha anche aiutato parecchio quando ho perso il controllo del mio entiusiasmo.
    Ecco il perchè del dispiacere di ri-emigrare ancora. Forse forse non mi trovo malissimo neanche ora, ma aspetto a dirlo, scaramanzia...

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    1. Brava, un po' di scaramanzia non guasta mai! Ti auguro di ritrovare la stessa armonia e di mantenerla per tanto tempo.

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  5. Credo che siamo tutte telepatiche perché il lavoro è un tema troppo attuale e delicato per non parlarne.
    Inoltre noi donne siamo più concrete e lo soffriamo senza problemi di testosterone come i maschi, che delle difficoltà sul lavoro, soffrono anche una maggiore difficoltà nella definizione di sé.
    Mi fa piacere che ne parliamo in tante, sono convinta che possiamo essere la leva del cambiamento.

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    1. Grazie a te per averci dato lo spunto giusto. E' vero le donne sanno stare concentrate sulla sostanza senza farne una filosofia del fallimento personale.
      Speriamo che questa leva femminile serva a traghettarci fuori dal buio.

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  6. Marzia ho appena terminato le mie 2000 parole al giorno (oggi solo 1400 a dire il vero) lavoro da 25 anni e la soddisfazione del dipendente non è mai stata prioritaria da me, ora c'è uno scazzo cosmico esagerato, clienti maleducati perchè sono clienti e quindi ti danno il lavoro prendendoti alla gola, slealtà all'ennesima potenza, voglia di vomitare da parte mia cosmica.
    un abbraccio, non occorre che mi firmi, vero??

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    1. No, Sandra, tutto chiarissimo! I clienti maleducati ... già, tutto dovuto e pochi "grazie".
      Comunque inizio a capire cosa significhi trovare all'esterno la motivazione più vera.

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  7. A me la mia ex capa aveva rimproverato il fatto che mi si leggesse chiaro in faccia che mi annoiavo alle riunioni inutili e quello che pensavo dei colleghi che mi facevano perdere tempo! :)
    "devi sorridere e cercare di avere pazienza", diceva. Ovviamente non ce l'ho mai fatta..
    Siamo colleghe di insubordinazione!

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    1. "Sorridi e collabora" ... la versione laica di "ora et labora", senza neppure la consolazione di far qualcosa di utile per l'anima :)
      Più passa il tempo più la qui presente rotella s'inceppa. Vedremo ...

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  8. Sai io lavoro nel pubblico e rispetto a tanti anni fa è cambiato anche nel nostro settore. C'è un malessere nell'intera amministrazione che nemmeno ai tempi in cui lavoravo nel privato riscontravo. Ti ritrovi a lavorare con il fiato sul collo, sotto pressione per tanti motivi. E bisogna anche ringraziare perchè un ente pubblico difficilmente può fallire e quindi ci consente di arrivare a fine mese

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    1. Certo ormai non esiste più il lavoro "sicuro" e tranquillo, troppa concorrenza e troppa paura.
      Pubblico e privato non sono diversi per chi cerca di lavorare bene e si scontra con la struttura.

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  9. Su questo tema potrei scrivere un commento lunghissimo perché tocca tanti temi che stanno a cuore e sui quali ho fatto tanti ragionamenti.
    Ma mi trattengo, cercando di rispondere alla tua domanda finale con la risposta che mi sono dato io.
    Considera che da questo punto di vista, faccio mia la frase “Dateci il pane ma anche le rose”, nel senso che non si può, almeno io, vivere solo di cose materiali ancorché importantissime, come avere un dato certo a fine mese, ma ci vuole qualcosa di più.
    Alcuni spunti.
    Il primo è che bisogna saper fare le domande giuste all’interlocutore giusto. Purtroppo non si può chiedere “troppo” al proprio lavoro perché alcune volte più di tanto non ti può dare. Questo non significa non fare bene il proprio lavoro ma essere consapevoli che potrebbe non riuscire a farti sentire “realizzato”. Perché, probabilmente, la realizzazione personale va cercata in un altro posto. Questo posto cambia da persona a persona. Magari lo stesso posto di lavoro fa sentire “realizzato” qualcun altro. Dipende da noi.
    Altro aspetto che mi sta veramente a cuore è la meritocrazia. Sono ottimista, la gente non è stupida, sa riconoscere quando un collaboratore è competente. Purtroppo per logiche accettate, o per altri motivi, i criteri di selezione sono altri. Ma il fatto di essere competente e far bene il proprio lavoro lo dobbiamo per primi a noi stessi. Chi accetta scorciatoie facili, fatte di clientelismo o altro, prima o poi la paga. Anche se può non sembrare. Alcune vicende alle quali ho assistono mi hanno confermato questo mio principio, che probabilmente non mi farà arrivare a certi livelli o mi ci farà arrivare molto ma molto lentamente. Ma in compenso mi permette di comportarmi nel modo in cui sono io.
    Quindi, i miei modesti consigli:
    Il lavoro è una parte importante della nostra giornata è quindi importante riuscire a trovare un proprio equilibrio. E’ bene rifocalizzare la propria vita nella quale il lavoro è uno degli aspetti e capire bene cosa vogliamo. Può darsi che per arrivare a un certo livello sia necessario fare delle scelte che non vuoi fare. Allora la risposta arriva già da sé.
    Ti faccio il mio esempio fuori dall’ambito lavorativo. Per alcuni anni correvo il fondo fino a arrivare alla mezza maratona, mi divertivo e andare a correre era un piacere. Per aumentare la distanza fino alla maratona avrei dovuto cambiare radicalmente, alzarmi la mattina presto, correre con schemi precisi di tempo e distanza. Ho capito che questo avrebbe tolto il piacere che provavo nel correre e alla fine ho deciso di non farne niente.
    Ricordiamoci sempre che fuori dall’ufficio c’è un mondo!
    E se le tue idee, la tua mente aperta servisse a altro e non al lavoro?

    P.S. Spero di non essere incappato nel reato di "occupazione di blog altrui" con commento troppo lungo :)

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    1. Ma quale occupazione, grazie per questa analisi! Hai detto cose assolutamente sensate, occorre capire cosa desideriamo e lavorare per raggiungerla con coerenza.
      In ogni caso fuori dall'ufficio c'è davvero un mondo e io sto finalmente aprendo mente e cuore per apprezzarlo.

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  10. di gente dalla mente aperta ce n'è sempre meno. se ci pensi, lavoro appassionante o non, siamo tutti piccole parti di un immenso ingranaggio. In ogni campo, in ogni attimo della nostra vita. basta cercare ciò che ci renda felici, nella vita. il resto, il più delle volte, sono rumori di sottofondo.

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    1. Vero, faccio ancora fatica ad ignorare i rumori di fondo ma mi alleno ogni giorno per riuscirci.
      P.S. Ti sono piaciute le sedie del mio post precedente? :)

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  11. Sei proprio in gamba, analizzi la realtà con sensibilità -che è un po' un ossimoro, ma tu ci riesci.
    Io sono nella fase della gratitudine e spero che il mio contratto a tempo determinato si trasformi in uno a tempo indeterminato, nonostante sia un lavoro alienante al massimo...

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    1. Ti auguro che duri a lungo la fase della gratitudine, alienazione a parte direi che un ambiente coerente (come mi pare di capire sia il tuo ufficio) è già una grande cosa.

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  12. Sfondi una porta aperta con questo post: siamo in fase di fusione con un altro istituto e ormai ogni giorno convivo con la sensazione di precarieta'...

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    1. Mi spiace! Che fatica la precarietà, sia di impiego sia di funzione ... ormai ho perso il conto di quante volte ho cambiato attività pur rimamendo sempre alla stessa scrivania ...

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  13. Anch'io non riuscivo a mentire, a far la bella faccia o dire sì anche quando sparano delle idee senza senso........ infatti mi hanno fatto fuori...., l'ufficio in cui lavoravo era come il tuo, tutti muti, non si poteva parlare, era come essere sotto un dittatore! A me il lavoro piaceve molto, e da quando sono a casa soffro, per tanti motivi. mi piacerebbe tanto trovare un'azienda normale......

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    1. Mi dispiace per la tua pessima esperienza. Sai, qui non stiamo zitti perché controllati ma perché non c'è più alcun piacere di lavorare e condividere. Direi che è proprio l'incuria che mi fa arrabbiare di più, lascia tutti nell'apatia ed è grande peccato.

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  14. Faccio un lavoro dove si cammina ogni giorno su un tappeto di uova. Si deve cercare di non romperle. Mai. Neppure una.
    La mia “azienda” risulta sempre in perdita. I “clienti” e i “dipendenti” si devono portare da casa anche la carta igienica.
    Della mia “azienda” importa poco a chiunque potrebbe renderla migliore, a vantaggio di tutti.
    I luoghi del mio lavoro sono pieni di rumore. A volte è vita, a volte è solo il respiro di 29 anime inquiete rinchiuse in una stanza che ne dovrebbe contenere al massimo 20.
    Spesso mi sento anch’io “una rotella del meccanismo globale”, ma nonostante tutto riesco ancora ad alzarmi al mattino e pensare al mio lavoro dicendo: “Cavolo che bello!”. Ma forse io non svolgo un lavoro. Oggi insegnare significa seguire una vocazione.
    Monica

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    1. Sì, la tua è vocazione ed è bellissimo che provi ancora entusiasmo, nonostante la struttura non aiuti. I tuoi ragazzi sono fortunati e vederli crescere, sapendo di aver fatto il miglior lavoro possibile, forse ripaga (almeno in parte) l'immensa fatica.
      Sto appunto cercando la mia vocazione, perché quella sensazione la mattina la rivoglio assolutamente ;)!

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  15. come ci si capisce, tra rotelline deluse. provo la stessa insofferenza, lo stesso senso di sopraffazione. lavorare solo per la pagnotta tappa piuttosto le ali. ecco perché la mia ricerca incessante di un possibile piano b ;)
    grazie per queste riflessioni :mi hanno aiutata a mettere a fuoco le mie

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  16. Uff, il commento sopra è mio.
    Fioly

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    1. Dunque siamo di reciproca ispirazione, mi fa piacere perché non sai quanto bene fa a me leggerti. I piani b) o c) sono urgentemente necessari ;)

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  17. "Abbiamo la fortuna di avere aziende che stanno in piedi e che hanno tutti gli strumenti per poter lavorare, non si potrebbe anche provare a lavorare bene e con coraggio?
    Se il momento è difficile dobbiamo per forza perdere il piacere di produrre e accontentarci della sopravvivenza?"
    Magari! Molte aziende hanno approfittato della crisi per non armarsi di coraggio e andare avanti lo stesso, anche quelle che producevano e avevamo utili :(
    L'azienda in cui mio marito ha lavorato per 10 anni era una piccola azienda che faceva ricerca nel mondo IT (con contratti con nomi importanti come grosse aziende telefoniche e altre importanti compagnie) avrebbero avuto lavoro per altri 20/30 anni perché erano un'eccellenza che creava e inventava dal nulla, beh sai la lungimiranza di certi capi e soci ha fatto si che andasse tutto buttato perché c'è crisi (scusa per tagliare) mentre si facevano utili e se ne sarebbero fatti ancora, that's italy :(

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    1. Hai ragione, non c'è mai limite alla stupidità umana. E a pagare è sempre chi lavora seriamente. Le gerarchie senza competenza uccidono le nostre aziende. Mi spiace molto per tuo marito.

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Scrivere è bello ma leggere è anche meglio. Grazie per il tuo commento ...