venerdì 13 luglio 2012

Il futuro ai dadi

Questa settimana ho latitato. Ho letto molto e scritto nulla. Avevo voglia di vite e storie altrui. La mia e' stata soprattutto una settimana di lavoro e non mi e' piaciuta per niente.

Interno ufficio.
Ennesima riunione per discutere la già stabilita ristrutturazione operativa dell'ufficio.
In quasi 12 anni ho assistito a questa operazione un numero considerevole di volte, ho visto me stessa cambiare - almeno formalmente - mansione, ho imparato a non restarne nè stupita nè impressionata.
Qualche volta ho davvero pensato/sperato che il cambiamento avvenisse.
Ora - davvero - non più.
Eravamo sei anime sedute ad un tavolo ovale, di cui quattro stanche e senza niente da dire. Solo da assentire, per dovere.
"Non mostrate troppo entusiasmo", ridacchia l'AD.
Ancora niente.

A seguire due giorni di riunioni, tutta la forza vendita rinchiusa ad ascoltare numeri per nulla rincuoranti e richieste di maggior questo e maggior quello.
Ancora niente.

So perfettamente cosa sta succedendo nel mondo e di essere fortunata. Da oltre 15 anni lavoro con contratti "seri", quelli che ti garantiscono ferie, permessi, malattia e maternità senza pensieri. La sede italiana della mia azienda e' stata fondata da una donna e, se escludiamo gli ultimi anni, il 90% del personale è sempre stato composto da donne. Ho trovato tolleranza verso permessi richiesti da un minuto all’altro, per le esigenze di una madre, per le ferie solo in agosto per stare tutti insieme. Dopo la maternità ho addirittura riavuto un posto dal quale ero stata spostata un paio d’anni prima per andare a tappare qualche falla apertasi in un altro momento oscuro.
Insomma va bene. Ma il mio non è un lavoro di quelli che ti alzi la mattina e pensi “diamine, è quello che ho desiderato fare fin da bambina”. E’ solo un lavoro, a tratti persino stimolante, a tratti davvero snervante. Come adesso.
Perchè mi ritrovo a ripercorrere strade vecchie che cercano di vendermi per nuove, perchè mi ritrovo di nuovo accanto un “mentore” di cui non sento il bisogno, perchè sto di nuovo in affanno e mi chiedono di dimostrare qualcosa che hanno già visto.
Quello che però io non vedo è il progetto, quello che va oltre il “lavora e non lamentarti perchè qui siamo tutti a rischio”. Non regge più, almeno secondo me.

Io faccio parte dell’ultimo periodo d’oro di assunzioni a tempo indeterminato e clima spumeggiante. Al mio ingresso pensavo di aver realmente trovato “l’America”, lo spirito giusto, l’apprezzamento per l’impegno e le cose ben fatte. E anche le cazziate per gli errori. Mai indifferenza, insomma, le persone venivano guardate negli occhi comunque.
Da parecchio tempo non è più così. Le persone non esistono più in quanto tali, apportatori di un valore aggiunto o di un danno. Puoi nasconderti per anni, come hanno fatto in molti. Puoi lamentarti per il solo gusto di farlo, come hanno fatto in molti.
Oppure puoi dire sempre di sì, per tenerti una sedia di dirigente pagata a peso d’oro, sapendo che fuori di qui non ce ne sarebbe un’altra uguale ad aspettarti. Perchè nella nostra città in declino certi stipendi ormai si danno solo a chi ha un curriculum spaziale o una competenza unica. E la differenza con noi esseri umani, arrivati nell’ultima fase buona e lontani dall’esserci trovati nel posto giusto al momento giusto, è abissale. Ma si fa finta di non saperlo. Così si può dire che con questa crisi è già molto conservare il posto, che non c’è spazio per premiare, che dobbiamo tutti stringere i denti e assumerci le nostre responsabilità.
Appunto, responsabilità.
Questa dovrebbe essere la parola che distingue una posizione dall’altra, uno stipendio dall’altro. Eppure io stento a rendermene conto. Forse adesso qualcuno è stato chiamato a dimostrare un lavoro che non ha svolto (ma per il quale è stato molto ben pagato) per anni. E questo va bene.
Non va bene se molte più aspettative si concentrano sulla testa di chi, tutto sommato, ha sempre lavorato adeguatamente per il proprio inquadramento.
Allora la ristrutturazione, il “PIANO” della salvezza, dovrebbe prevedere tra le sue voci anche un obiettivo personale, oltre che aziendale. Un incentivo raggiungibile e adeguato alla situazione, ma reale e soprattutto misurabile. In termini di risultati e in termini di denaro.
Perchè il mio è un lavoro che si svolge per vent’anni solo per pagare i conti. Non è una passione.
E non c’è niente di male in questo, lo ripeto, non mi lamento.
Ma francamente non sono in grado di rimettermi a pedalare in salita senza vedere un traguardo.
Non sono più in grado di dedicare l’energia di un decennio fa, animata dalla speranza di fare qualcosa di buono per tutti e per me. Ho bisogno di sentire che ho un valore, un valore che si misura, ho bisogno di vedere riconosciute quelle differenze sempre sventolate sotto il naso come la famosa carota ma sempre sottovoce, quasi a non offendere chi ha dato solo lo scarto di sè senza mai davvero essere messo davanti alla propria spazzatura.
Sono stanca di un sistema che tende ad appiattire tutto, non si può creare nulla di nuovo senza valorizzare le eccezioni. E dire che sono proprio gli americani ad averlo insegnato al mondo ...

Il niente quindi ho deciso di riempirlo altrove, di dosare ciò che sono e ciò che sono disposta a dare. Voglio coltivare di più le mie piante buone, lasciarle crescere senza incatenarle alla parola “dovere”. Voglio sentirmi di nuovo speciale.

Così tiro fuori dall’armadio gonne di jeans e paperine, alleggerisco la mente e i capelli, ricevo messaggi che mi fanno sorridere, imparo ad usare facebook (vabbè, con calma).
E penso a qualche attività rilassante per l’autunno.
Una mia collega ieri mi ha proposto un corso “Rimanere zen in un mondo complesso”, che dite accetto??

Buon fine settimana!

30 commenti:

  1. Io come te svolgo un lavoro che accetto di buon grado ringraziando la buona stella che mi concede un posto a tempo indeterminato - e in un ente pubblico - mentre la maggior parte dei miei coetanei annaspa tra cassa integrazione e mobilità. Ho cercato di rendere migliore il mio lavoro con proposte, con progetti e iniziative per le quali sapevo in partenza che non sarei stata pagata ma spesso mi scontro con il "si è sempre fatto in maniera diversa" che è l'indice dell'immobilismo di tanta pubblica amministrazione e mi arrabbio, mi irrito, rispondo che se si è sempre fatto in un modo non significa che non ne esista uno migliore, ma il muro di gomma è sempre lì a ricordarmi che devo aspettare il 27 del mese e stare zitta.
    E indosso sandali fucsia per andare all'appuntamento dalla parrucchiera

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Avrei potuto usare le stesse parole, proprio le stesse purtroppo.

      Elimina
  2. Si accetta, chissà da cosa nasce cosa! Passa da me devi ritirare un premio.
    Raffaella

    RispondiElimina
  3. Io parteciperei a quel corso con molto entusiasmo :)
    Pensa a te stessa. Si lavora per vivere, non viceversa. Stimo chi ha avuto una passione fin dai tempi della scuola ed è riuscito a farne un lavoro... ma è una condizione rara.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione e' una condizione rara, come tutte le cose migliori. Mi sa che il corso lo faccio ...

      Elimina
  4. Coltiva i tuoi interessi, riscopri te stessa e vedrai che tutto rinizierà a girare in modo diverso. E certe cose che ora ti sembrano nere, le vedrai sotto un'altra luce. Un abbraccio cara

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci proverò seriamente, in fondo anche questi sei mesi di blog sono stati un modo per dedicarmi di più ai miei pensieri.

      Elimina
  5. Questo tuo post mi calza a pennello, sembra di sentire parlare me. Con tutti i pro e i contro di un lavoro come il nostro. Io ho sempre preferito essere "a credito" nei confronti dell'azienda in cui lavoro, ho sempre lavorato oltre le mie mansioni e il mio livello di inquadramento. Hanno tirato spesso la corda, e io ho sostenuto la tensione. Poi dico basta, a me stessa, ma mai al mio direttore, e anche quando ci ho provato, non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Le priorità nella vita sono altre, ma chissà come, in ufficio trascorriamo il maggior numero di ore... Dovremmo imparare, e prima o poi ci riusciremo, a pensare davvero un pò di più a noi stesse...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo so che ci sono altre priorità, per fortuna, eppure continua a dispiacermi per quello che potrebbe essere e non e', per le potenzialità sprecate da tante aziende miopi. Ma, come hai detto bene tu, occorre ripartire da noi.

      Elimina
  6. Nella mia azienda è peggio, tu ti smazzi, ti prendi responsabilità che non sarebbero tue e non ti viene riconosciuto nulla...la mia è un'azienda maschilista, con le ragazze si alza la voce facilmente e non viene mai riconosciuto nulla di più, mentre vedi gli uomini che non fanno una mazza, se ne fregano e ottengono premi. E anche da noi c'è il discorso "dovete sentirvi fortunati in questo momento di crisi etcetc"...e io dopo un periodo di crisi personale ho deciso che il lavoro non sarà mai la mia realizzazione personale, lo guardo solo come modo per avere i soldi per poter seguire ed ottenere quello che mi piace. E comunque mi guardo intorno e sono contenta di non dover pensare a come tirare la fine del mese, sono contenta di non dovermi preoccupare a breve termine di una possibile perdita di lavoro...vedo mie amiche che il posto lo stanno perdendo o che non prendono lo stipendio da tot mesi...e me ne frego dei miei capi che sputano veleno e ingiustizie e considero solo lo stipendio di fine mese..il resto me lo faccio scivolare. Cercare un nuovo lavoro adesso a tempo indeterminato è quasi il santo graal...sono poche le persone "speciali" che vengono contese dalle aziende e a cui vengono offerti lavori realizzanti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Nell'ultimo anno sono diventata anch'io molto più egoista sul lavoro, solo che una parte di me continua ad avere nostalgia di un tempo in cui si poteva trovare qualche soddisfazione. Insomma mi piacerebbe sentire di alzarmi non solo per lo stipendio, sono un'inguaribile idealista!

      Elimina
  7. ciao,
    rimanere zen in un mondo complesso piacerebbe tanto anche a me.
    in attesa di imparare come si fa (e se ti iscrivi a quel corso ti tormenterò per scoprirlo...) provo a togliere complessità, a semplificare, anche nel lavoro.
    So che non è facile, ma darsi delle priorità aiuta. E anche un pò arrendersi, accettare la realtà per quello che è provando comunque a cavarne qualosa di buono.
    Va da sè che questo è ciò che penso il venerdì sera, il lunedì pomeriggio medito sulle vie di fuga...del tutto inutilmente per altro...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' proprio vero, il venerdì va sempre tutto molto meglio! Comunque il famoso corso è previsto per il prossimo gennaio, devo resistere ancora a lungo senza "luce" :)

      Elimina
  8. Purtroppo il mondo del lavoro, le aziende, il clima che si respira in esse, le prospettive che danno ecc. non si autogenerano dal nulla. Sono costruite, guidate e animate da persone. Secondo me a volte sono semplicemente specchio della società, di un clima generale che al lavoro si esaspera a causa delle aggravanti generiche: la gerarchia e il profitto a tutti i costi. Credo che molto oggi sia da imputare a chi guida (ai dirigenti... lo dico sotto voce) che credono quanto conquistato un punto d'arrivo e di dominio non una sfida per il bene proprio, dell'azienda e delle persone che ci lavorano. Il mio lavoro a volte è frustrante per l'aridità sia professionale che umana che ricevo da chi mi sta sopra. Non mi arrabbio più (ne ho piene le p...le), guardo con distacco l'inadeguatezza di chi in maniera autoreferenziale ritiene che la dinamica del dividere aiuti a imperare. Non si accorge che ciò nel medio e lungo periodo non solo non paga, ma distrugge.
    Per fortuna ho conosciuto anche guide valide: con progetti, idee, entusiasmo, ma soprattutto rispetto e cura dei dipendenti. Marzia ti capisco e ti consiglio di andare al corso. Valorizza ciò che c'è fuori dal lavoro! Non te ne pentirai!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vedo che ho descritto sentimenti piuttosto diffusi, non mi stupisce ma mi spiace. Però resta l'extra- lavoro, devo riorganizzarmi un pò ma conto di ritagliarmi un angolo rigenerante,

      Elimina
  9. Marzia, sarò la centesima a dirlo, ma davvero hai saputo raccontare in questo post gran parte di quel che penso e provo.
    E io penso che un Senso questa cosa la abbia, dobbiamo ancora solo capire che direzione prendere credo.
    Buon corso se deciderai di farlo, mi sembra un bello stimolo.
    Speriamo che la nostra città, Torino, riscopra presto nuove e positive energie.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Me lo auguro tanto anch'io, abbiamo una splendida città piena di ottime persone ma sento intorno tanta, troppa, rassegnazione. E' proprio dura trovare energie positive in un clima così ...

      Elimina
  10. Ciao carissima Marzia, purtroppo ciò che scrivi è la sensazione di moltissime persone. Si sogna al passato e non al futuro, ai bei "tempi andati", appunto a quando si avevano ancor sogni e questo è di una tristezza sconfortante. Viene detto molto spesso che bisogna inseguire i propri sogni ma purtroppo non è sempre possibile e allora fa più rabbia perchè si viene scambiate per codarde. Ma se non si può..... non si può proprio cambiare la propria vita, non dico il lavoro ma il modo di lavorare.
    Anch'io sai ho tirato fuori dall'armadio jeans e paperine, mi sono alleggerita di tutto, ho aperto un blog e poi...... tutto il resto è qua!
    Ciao, apresto!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tu hai fatto molto per dare un senso al tuo lavoro, hai davvero usato bene la tua forza e la tua energia. Io sono troppo presa dalle beghe quotidiane e non riesco a liberarmene, non perdo la speranza però!

      Elimina
  11. Marzia, faccio fatica a commentare questo post perché la mia situazione è più grigia... Sappi che apprezzo molto quello che hai scritto e lo condivido completamente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi spiace, so che di brutte situazioni ormai ne abbiamo davvero infinite, per questo il mio lo limito alla categoria "sfogo morale". Ho solo paura di abituarmi a questa pochezza e veder scorrere via gli anni senza dargli alcuna forma.

      Elimina
    2. Il confronto aiuta a non abituarsi.

      Quando vuoi passare, c'è un premio per te!

      Elimina
  12. Ciao, direi di sì, di accettare! Ci provo anch'io, questa dimensione zen potrebbe essermi di grande aiuto!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci stiamo informando per il corso, vediamo se il programma appare significativo come il titolo! Ma forse qui zen non basta :)

      Elimina
  13. accettare dovresti proprio accettare... così almeno potrai dire di averla tentata strenuamente contro il karma... che poi ciò abbia riscontro positivo, questo proprio non lo so... comunque il fatto di darsi un bel programma fitto fitto per autunno, non ti penalizzi l'estate...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. I miei programmi vengono sempre sfoltiti al punto di diventare molto scarsi ... per questo abbondo nella premessa, così mi illudo che qualcosa resti :)

      Elimina
  14. Io ero a questo punto un po' di tempo fa: ho fatto un secondo figlio e aperto un blog. Ognuno trova la sua strada....peccato pero'.....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per il blog, fatto. Secondo figlio, troppo tardi ;) Comunque sì, è un peccato.

      Elimina

Scrivere è bello ma leggere è anche meglio. Grazie per il tuo commento ...